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Carola Rackete insiste a sfidare il governo: userò i gommoni per far sbarcare i migranti

La "capitana" forza (ancora) il blocco e si porta all'ingresso del porto di Lampedusa. Intervengono le Fiamme Gialle per fermarla. Ma lei non cede e prepara dei gommoni.

Politica
Pubblicato il 27 giugno 2019, alle ore 19:11

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Carola Rackete insiste a sfidare il governo: userò i gommoni per far sbarcare i migranti

Carola Rackete, la comandante della Sea Watch che si trova davanti alle coste di Lampedusa dopo aver forzato il blocco imposto dal Viminale, ha provato a fare anche adesso lo stesso giochino: senza autorizzazione a sbarcare, si è avvicinata ulteriormente al porto di Lampedusa, prima che la guardia di finanza la fermasse in tempo utile.

La Rackete però non si arrende e, incoraggiata dalle manifestazioni di solidarietà e di elogio da parte dei buonisti, è intenzionata a sfidare ulteriormente la legge italiana: starebbe infatti organizzando uno sbarco per i migranti utilizzando due gommoni, così da permettere ai 42 profughi di raggiungere il porto siciliano in barba a qualsiasi divieto italiano.

I legali della Ong, intanto, hanno presentato un esposto alla Procura di Agrigento, chiedendo di valutare la “sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso e di adottare tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave”.

In altre parole, sarebbe adesso il governo italiano ad aver commesso condotte penalmente rilevanti e non la Ong che ha forzato un posto di blocco dopo che anche la Corte Europea le aveva vietato di entrare in acque italiane. Il braccio di ferro sullo sbarco non è ancora finito, e sicuramente riserverà ulteriori colpi di scena, con Salvini che non intende cedere a una nave che ha definito “pirata“.

Una definizione pronunciata anche dal giornalista Gian Micalessin, secondo cui la Sea Watch ha calato la maschera e issato la sua vera bandiera. Quella della pirateria umanitaria. Una pirateria che, al pari delle navi corsare al servizio degli Stati nazionali del XVII secolo, non agisce per fini propri, ma per soddisfare gli interessi di nuove entità sovranazionali poco disposte a metterci la faccia.

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Cosa ne pensa l’autore
Mario Barbato

Mario Barbato - La “capitana” che si dice in dovere di forzare il blocco per salvare 42 naufraghi sa bene di mentire. La sua missione, in realtà, è quella di penetrare in Italia per scavare una breccia nelle mura dell'Europa. Ma per conto di chi? La risposta è semplice: per conto di quella élite capitalistica che considera gli Stati, i loro confini e le loro leggi come limitazioni da abbattere per legittimare l'arrivo di manodopera a basso costo da trasformare in futuri consumatori dei servizi delle aziende globali. Per questo, la vera missione di quest’attivista non è quella di salvare o proteggere il carico umano. La vera missione è riversare schiavi in Europa da sacrificare poi ai padroni della finanza mondiale.

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