La situazione nello Yemen sta diventando critica. Che lo Stato asiatico fosse già una realtà a forte rischio era noto da tempo, ma quando il potere è finito nelle mani dei ribelli Houthi lo scorso Ottobre, lo Yemen ha subito un vero e proprio collasso verticale. Gli Stati Uniti hanno infatti deciso di evacuare gli ultimi cittadini americani ancora in loco, tra i quali figuravano un centinaio di soldati delle forze speciali, dopo avere tra l’altro perso equipaggiamenti militari per un valore di circa 500 milioni di dollari, inviati allo scopo di fornire supporto al governo yemenita. A rivelarlo è il Washington Post, il quale ha citato fonti interne al Dipartimento della Difesa che hanno chiesto di mantenersi nell’anonimato.
La chiusura dell’ambasciata statunitense a Sana’a era avvenuta già a Febbraio, mentre i Navy Seals e le USASF (United States Army Special Forces, i cosiddetti Berretti Verdi) che fiancheggiavano ancora l’esercito regolare, hanno ricevuto l’ordine di abbandonare lo Yemen tra sabato e domenica scorsi. Ordine arrivato in seguito all’attacco all’aeroporto di Aden, agli attentati suicidi in due moschee che hanno mietuto 142 vittime nella capitale del Paese, ed in previsione di possibili scontri interni tra Isis ed Al Qaeda, stando a quanto riferisce NBC News.
A fornire uno scorcio più approfondito della delicata situazione yemenita è stato oggi Brian Whitaker, ex direttore della sezione relativa al Medioriente del The Guardian, in un articolo uscito proprio sul sito del prestigioso quotidiano britannico. Una delle chiavi per poter comprendere la situazione che sta vivendo oggi lo Yemen, suggerisce Whitaker, è la figura di Ali Abdullah Saleh, ex Presidente rimosso nel 2012 dopo 34 anni al potere, vicino alla causa dell’Houthi. Gli Houthi, o come essi stessi preferiscono farsi chiamare gli Ansar Allah (i Servi di Dio, letteralmente), sono una branca di estremisti sciiti che hanno preso il potere del Paese lo scorso Settembre con un colpo di Stato.
Da allora, lo Yemen è precipitato in un vortice di violenza senza fine. Gli Houthi infatti, suggerisce Brian Whitaker, non sono riusciti ad assicurarsi il controllo dell’intero Paese, né sembrano avere i mezzi per portare a termine un’impresa di tali proporzioni. Sebbene ci stiano provando in ogni modo. Tale “debolezza” da parte degli estremisti ha di fatto permesso ad Abd-Rabbu Mansour Hadi, Presidente che successe ad Ali Abdullah (poi cacciato dal golpe degli Houthi stessi), di riorganizzarsi nella città di Aden, ora roccaforte della “resistenza del Governo ufficiale”.
Lo stesso Hadi però, sottolinea ancora Whitaker, potrebbe non essere così benvisto nel Sud del Paese, laddove il movimento Herak combatte da tempo per l’indipendenza dalle regioni del Nord. Ed Hadi stesso è stato per ben 17 anni il vice di Saleh, il cui governo venne continuamente contestato dagli stessi separatisti del Sud. Inoltre, sebbene Hadi sia attualmente riconosciuto ancora come il Presidente ufficiale dello Yemen dalle Nazioni Unite, il suo mandato avrebbe dovuto esaurirsi entro il 2014.
Una situazione intricatissima, resa ancora più complicata se possibile dalla mancata paternità degli attentati suicidi alle due moschee di Sana’a: alcuni le attribuiscono all’AQAP, che però ha sempre negato ogni coinvolgimento, mentre un comunicato dello Stato Islamico ha parallelamente rivendicato ufficialmente l’operato. Ma l‘Is non è mai stato attivo nello Yemen prima d’ora, e gli analisti sono ancora divisi nel giudicare plausibile o meno tale rivendicazione. Se fosse vera, sarebbe solo l’ennesimo motivo di preoccupazione per uno Stato già in ginocchio.
Inoltre, i vicini dell’Arabia Saudita non hanno mai fatto mancare la propria ingerenza nelle questioni interne dello Yemen, arrivando persino a bombardare direttamente le postazioni degli Houthi nel 2010. Ma siccome nei giochi politici nessuno ha mai le spalle scoperte, nemmeno le fazioni più estremiste, ecco che l’intero scenario viene arricchito dall’entrata in scena di un’altra pedina: l’Iran, da sempre simpatizzante della causa houthista, che potrebbe attivarsi per soccorrere gli sciiti.
La situazione attuale è quindi diventata virtualmente ingestibile, ed è figlia, ricorda Brian Whitaker, della tragicomico tentativo di passaggio ad un governo democratico, iniziato nel 1993: con l’unificazione del Nord e del Sud del Paese, Ali Abdullah Saleh divenne a tutti gli effetti Presidente dello Yemen, ma da quel momento in poi manterrà il titolo con una serie di cavilli e stratagemmi che ne hanno fatto, nel tempo, effettivamente un dittatore vero e proprio. Nel 1999 ad esempio, il suo unico oppositore era un membro del suo stesso partito, la cui campagna elettorale era stata finanziata proprio da Saleh in persona. Una situazione ai limiti del ridicolo, che ricorda vagamente per alcuni contorni il film “The Dictator”, con Sacha Cohen improbabile dittatore del fittizio stato di Wadiya.
Nel 2011, quando un’ondata di malcontento generalizzato spinse i cittadini yemeniti a protestare lungo le strade del Paese, qualcosa sembrò muoversi: dopo più di un anno, Saleh trovò un accordo con il Consiglio di cooperazione del Golfo, poi approvato anche dalle Nazioni Unite. Saleh avrebbe abdicato. Ma il Consiglio a quel punto intralciò i giovani attivisti che si erano accampati per mesi nella cosiddetta Change Square (Piazza del Cambiamento), chiedendo un ricambio generazionale ai vertici dello Stato; nel frattempo soffocò la rivoluzione dei cittadini, e consegnò il potere nelle mani di Hadi, vice di Saleh. Quasi tutti gli esponenti del regime contestato per anni, mantennero le proprie poltrone.
Ciliegina sulla torta, fa notare ancora Whitaker, ad Abdullah Saleh fu garantita l’immunità totale, e gli fu concesso di rimanere nello Yemen. Troppo, per una popolazione frustrata ed oppressa da decenni di dittatura legalizzata. Troppo poco invece, ciò che è stato fatto per cercare di evitare una crisi annunciata da tempo, esplosa ora con una violenza direttamente proporzionale allo stato di esasperazione degli stessi cittadini yemeniti; un terreno divenuto ormai fertilissimo per qualsivoglia movimento estremista.