Caso Orlandi: Malerba accusa il Vaticano e il Vaticano "risponde"

Un documento conservato dalla Segreteria di Stato Vaticano dimostra come, nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi, le Autorità Vaticane collaborarono con le Autorità Italiane per risolvere il caso

Caso Orlandi: Malerba accusa il Vaticano e il Vaticano "risponde"

La deposizione di Giovanni Malerba, uno dei magistrati che si occuparono della prima inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, durata dal 1983 al 1997 e chiusa in modo inglorioso, ha messo nel mirino il Vaticano come regista del rapimento di una sua cittadina, senza però dire quale sarebbe stato il movente.

Che il Vaticano, in realtà, non c’entri nulla con la sparizione di Emanuela Orlandi, è dimostrato da un documento custodito dalla Santa Sede in cui si ricorda come, dopo la scomparsa della Orlandi, era circolata in Vaticano la voce di un possibile sequestro imprevisto che aveva come oggetto la questione legata ad Ali Agca. Una convinzione che spinse Giovanni Paolo II a intervenire pubblicamente con sette appelli chiedendo la liberazione di Emanuela. E che convinse il cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato Vaticano, a mettere a disposizione dei presunti rapitori una linea riservata per contattare la Santa Sede, salvo poi accendere la segreteria telefonica e andare via lasciando che i telefonisti parlassero da soli quando capì che non erano rapitori. 

La piena disponibilità alla collaborazione da parte delle personalità vaticane che a quel tempo occupavano posizioni di responsabilità, risulta da fatti e da circostanze. Gli  inquirenti, per esempio, e soprattutto il Sisde, avevano avuto accesso al centralino vaticano per ascoltare le chiamate dei rapitori e in particolare di quello che passerà alla storia come “l’Americano”, che chiamerà sedici volte, parlando con un accento maccheronicamente inglese e sfuggendo per un soffio alla cattura il 22 dicembre 1983, per poi sparire nel nulla. Segno di un depistatore per nulla “professionista”, ma uno dei tanti cialtroni che si inserirono nella vicenda. Anche in seguito, in alcune occasioni, le Autorità Vaticane ricorsero alla collaborazione con le Autorità Italiane per smascherare ignobili forme di truffa da parte di presunti informatori. Gente che cercava, in un modo o nell’altro, di trarre vantaggio personale o di gruppo nel millantare la detenzione della giovane nel clamore del caso. 

Una Nota Verbale della Segreteria di di Stato, datata 4 marzo 1987, riporta la risposta che il Vaticano diede alla magistratura italiana in merito a informazioni richieste dallo stesso Stato Italiano, sostenendo che le notizie relative al caso di Emanuela Orlandi era state tutte trasmesse al procuratore aggiunto Domenico Sica. Che furono uditi anche cardinali di caratura i quali però non seppero fornire informazioni utili per arrivare a una risposta su chi è perché avesse fatto rapito la ragazza. Una piena disponibilità collaborativa del Vaticano che girò prontamente a Sica tutti i documenti che riguardavano la triste vicenda. Informazioni consegnate alla Procura di Roma mediante l’Ambasciata Italiana presso la Santa Sede, con sede a Palazzo Borromeo e guidata da Claudio Chelli. Documenti che si presume siano custoditi presso i competenti uffici giudiziari italiani e non certamente nascosti dal Cupolone.

Da notare che anche Sica non credette mai a un rapimento, si convinse che dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi si nascondeva “una brutta storia con un adulto vicino alla ragazza”, come riferì il suo successore Ilario Martella. Come specifica il documento: “L’attribuzione di conoscenza di segreti attinenti al sequestro stesso da parte di persone appartenenti alle istituzioni vaticane, non corrisponde quindi ad alcuna informazione attendibile o fondata; a volte sembra quasi un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità”.

A differenza di quanto lamenta Giovanni Malerba sul silenzio di Oltre Tevere, il presidente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, Andrea De Priamo, ha sottolineato l’ampia documentazione in possesso della stessa Commissione in cui si evidenza la preoccupazione, la disponibilità e la collaborazione del Vaticano con lo Stato Italiano. Disponibilità sempre messa in dubbio da quanti, per giustificare il proprio fallimento come inquirenti e come investigatori, evidentemente non trovano di meglio che far ricadere le colpe su una presunta omertà vaticana.

 

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