Martedì 28 aprile 2026 la Commissione Parlamentare d’Inchiesta presenterà la prima relazione sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, concentrandosi sulla pista della “tratta delle bianche”, altrimenti detto traffico sessual*. Una pista basata su un dato indicativo: tra maggio e giugno 1983, sedici ragazze, con un’età media di quindici anni, sparirono a Roma in un raggio di cinque chilometri che comprendevano il Corso Rinascimento e la Città del Vaticano.
L’ipotesi è che tali ragazze furono rapite per essere destinate al mercato della prostituzione minorile. L’organismo parlamentare voterà questa prima relazione per decidere se approvare o meno un documento che dovrà rispondere alla questione dell’interesse della maggioranza dei membri della Bicamerale. In realtà, la tratta delle bianche fu analizzata già nel 1987 dal professor Franco Ferracuti, criminolog*, il quale la liquidò come leggenda metropolitana. Ma pare che venga ogni tanto presa in considerazione quando si tratta di indagare sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Una pista che convince poco, perché la tratta delle bianche presuppone un rapiment* da parte di qualcuno appartenente a una rete criminal*. Ma la dinamica dei fatti racconta che, almeno nel caso Orlandi, questa ipotesi lascia molto a desiderare.
Tanto per cominciare, è certificato da sentenze giudiziarie che Emanuela Orlandi non fu rapit* da nessuno. La tesi del rapiment* nasce dalla convinzione che la cittadina vaticana, mentre si recava a scuola di musica, il pomeriggio del 22 giugno 1983, fu fermata da un uomo sul Corso Rinascimento che le offrì un lavoro per l’Avon. Il presidente della Commissione, Andrea De Priamo, ha dichiarato che quella offerta di lavoro non fu un depistaggio, ma un messinscena mirata ad attirare la ragazza in una trappola. Può darsi. Ma un rapitore di ragazzine, essendo un criminal*, ha necessità di agire nell’ombra. Questo fantomatico uomo Avon, invece, fece di tutto per farsi notare, parcheggiando una macchina vistosa, in sosta vietata, davanti al Senato, presidiato dalle forze dell’ordine, e facendosi riconoscere da un vigile urbano. Non sembra il modus operandi tipico di un sequestratore di ragazzine.
Le ultime testimonianze certe e note raccontano di Emanuela che esce dall’istituto scolastico e attende l’autobus sul Corso Rinascimento per tornare a casa, prima di sparire. Impossibile parlare di rapiment*, in questo caso, inteso come azione di forza, ma si deve parlare più appropriatamente di “scomparsa”. E non certo perché si segue un emerito sconosciuto che ti ha offerto un impiego pagato fin troppo bene da non sollevare sospetti, ma perché si è seguito, in maniera del tutto naturale e senza sospettare di nulla, una persona conosciuta e fidata, salvo purtroppo restarne vittim* in un secondo momento, magari dopo una violenz*.
Una spiegazione, questa, che coincide con quella della famiglia Orlandi che ha sempre dipinto la congiunta come diffidente verso gli estranei e quindi incapace di accettare un loro passaggio. Si deve allora dedurre che, mentre Emanuela aspettava l’autobus o si recava a piedi sul corso Vittorio Emanuele, dovette entrare nell’auto di un conoscente. Qualcuno sulle cui buone intenzioni lei mai avrebbe dubitato. Qualcuno che sarebbe stato anche facile da individuare se si fossero fatte indagini serie anziché correre dietro ai complotti. Come la tratta delle bianche che potrebbe assumere presto una sua ufficialità di comodo. Perché vista che questa legislatura è ormai agli sgoccioli, bisogna pur fare presto e non fare figuracce davanti all’opinione pubblica, presentando una verità che sarebbe comunque difficile da dimostrare.