La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi domani 5 marzo ascolterà Marco Accetti, il fotografo che si è autoaccusato del rapiment* della cittadina vaticana nell’ottica di una lott* di potere dentro le sacre mura. La sua convocazione è stata accolta con scetticismo da più parti, visto che l’uomo era stato già indagato dal 2013 al 2105 dalla magistratura italiana, che lo aveva bollato come un mitomane “desideroso di visibilità e di protagonismo”.
Ma Marco Accetti non è l’unico personaggio che si è inserito nella vicenda Orlandi per una questione di presunta ego-mania, raccontando ai giudici e ai media dettagli e retroscena che non hanno mai trovato riscontro nei fatti, se non fare la fortuna sua e di quanti gli hanno dato importanza e spazio. I case cold non si risolvono con le sceneggiature, ma con i fatti. E i fatti dicono che sono stati tanti i soggetti che sulla pelle di questa sfortunata quindicenne, sparita a Roma nel 1983, hanno fatto perdere solo tempo prezioso ai magistrati e soldi ai contribuenti, mentre loro si coccolavano sui salotti televisivi, fornendo notizie prive di riscontro, tendenziose o del tutto false.
Dal giorno in cui Emanuela Orlandi fece perdere le sue tracce dopo essere uscita da una scuola di musica, a Piazza Sant’Apollinare, la sua storia è stata merce di scambio per sciacalli, mitomani, millantatori e per qualche giornalista disonesto. Non meriterebbero neppure di essere menzionati se un paio di loro non fossero diventati veri e propri personaggi della drammaturgia complottista intessuta intorno al caso della povera Emanuela. Lo stesso Marco Accetti ha sostenuto di aver fatto parte di una banda che ha sequestrato Emanuela Orlandi per ricattare il Vaticano, ma visto che rischiava le pene dell’inferno in galera, gli è sembrato opportuno dire di aver passato la mano a giocatori di ben altro livello, cedendo gli effetti personali della ragazza. Si tratta di mere speculazioni che non poggiano su alcun fatto concreto.
Accetti si è autoaccusato di ogni fase del sequestro della Orlandi. Ha detto di essere stato lui l’uomo dell’Avon che fermò la ragazza davanti al Senato. Ha millantato di essere stato lui a interpretare il ruolo dei vari telefonisti che fecero la loro apparizione dopo l’appello del papa del 3 luglio. Ha vantato di essere stato sempre lui il noto “Americano” che chiamò a casa Orlandi e alla Segretaria di Stato Vaticano rivendicando il rapiment* della ragazza e chiedendo lo scambio con Ali Agca, l’attentatore papale. Ma l’americano non fornirà mai una prova della detenzione della ragazza. Ma chi è il rapitore che chiede una contropartita senza dare la prova di avere un ostaggio tra le mani? Tutto quello che interessava all’Americano sembrava essere solo quello di tenere banco e dare alla “trattativa” il maggiore peso mediatico possibile. Giocava al gatto con il topo. Si divertiva a far ritrovare missive, comunicati e cassette audio in giro per Roma. Fece trovare la tessera di iscrizione di Emanuela alla scuola di musica, fotocopie di appunti scolastici, spartiti per flauto, lettere dattiloscritte firmate “Emanuela” con una grafia che i famigliari non riconoscono.
Tuttavia, l’Americano non mostrerà mai ciò che ogni rapitore professionista mostra: una foto di Emanuela con il giornale in mano. Né fa ascoltare la voce dal vivo. E nasce il dubbio che i dettagli che fornisce sulla ragazza, le fotocopie dei documenti fatti ritrovare in un cestino e la cassetta con la voce di Emanuela siano pezze d’appoggio trovate mediante le notizie diffuse sui media o prelevate alla scuola di musica. Dovrebbe essere chiaro che l’Americano stava bluffando e che non c’è nessuna trattativa in corso, ma solo una messinscena creata da un ciarlatano.
Marco Accetti non sarà il primo e nemmeno l’unico. Prima di lui si era fatti avanti Sabrina Minardi che racconterà ai giudici la sua verità. La Minardi, ex prostitut* e con il cervello bruciato dalla drog*, aveva accumulato diverse condanne penali che nel 2010 la porteranno di nuovo in carcer*. Facile immaginare che con le sue rivelazioni poteva ottenere soldi e sconti di pena. Ed ecco esibirsi in versioni contraddittorie e perfino inventate, come la storia di Emanuela Orlandi macinata in una betoniera che notoriamente non può contenere cadaver*. Dopo di lei arriva un altro pentito della Magliana, Antonio Mancini, secondo cui la bandaccia alla vaccinara voleva indietro i soldi prestati al Vaticano e spesi per fronteggiare il comunismo. Ma pensare che il Vaticano avesse bisogno del denaro della banda romanesca per contrastare l’impero sovietico, fa ridere. Per non parlare di un altro sconosciuto della criminalit* romana, Marcello Neroni, che, contraddicendo Minardi e Mancini, parla invece di Emanuela Orlandi fatta sparire perché amante del papa.
Naturalmente, sono storie che nessun magistrato, investigatore o giornalista prenderebbe sul serio. Perché Emanuela Orlandi non era un personaggio di spessore da usare per mettere sotto scacco una potenza come il Vaticano. Ma, soprattutto, perché non c’è stata una sola prova a sostegno di questi racconti alla Dan Brown. Eppure, molti di loro ci hanno costruito le loro fortune, portando avanti una narrazione che sarà buona per intrattenere gli amanti dei misteri, ma che ha condotto a perdere di vista la realtà. E la realtà dice che bisogna smetterla di ascoltare false e interessate sirene, tornando con i piedi per terra. Perché non è mai emersa alcuna prova che Emanuela Orlandi fosse stata rapit* da emissari di una banda criminal*, né di una formazione terroristic*, nazionale o internazionale.
Resta in piedi l’ipotesi più plausibile, anche se meno meno suggestiva. Emanuela Orlandi quella sera seguì qualcuno che conosceva benissimo e questo non era sicuramente Marco Accetti. Qualcuno di cui la ragazza mai avrebbe dubitato delle reali intenzioni. Viene in mente in questo caso la vicenda dello zio acquisito di Stefania Bini, scomparsa sempre a Roma l’anno dopo. Prelevò la nipote e provò a violentarla a casa sua, ammazzandola con un colpo di pistol*. E se non avesse avuto anche la faccia tosta di chiedere un riscatto alla famiglia della ragazza, sarebbe rimasto libero e impunito per tutta la vita, perché aveva nascosto il cadaver* dove meno te lo aspetti: sotto il pavimento di casa sua, sepolta dal cemento e dal parquet.