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Il governo svizzero vuole dire addio alle sue riserve strategiche di caffè

La Svizzera è in procinto di rivedere la composizione delle sue riserve strategiche alimentari a cui attingere in caso di guerre o calamità naturali. Le nuove disposizioni hanno preso di mira il caffè, suscitando non poco scetticismo.

Esteri
Pubblicato il 18 aprile 2019, alle ore 12:15

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Il governo svizzero vuole dire addio alle sue riserve strategiche di caffè

Le autorità svizzere hanno intenzione di rivedere la propria politica di gestione delle scorte alimentari. A farne le spese è il caffè (già a rischio d’estinzione), che a quanto pare è stato mestamente declassificato a alimento non necessario alla vita dei cittadini elvetici.

La scelta, che di per sé mette in discussione l’importanza del caffè, ha sollevato non poche perplessità e malumori. Il Paese che da prima della Seconda Guerra mondiale accumula scorte alimentari necessarie per fronteggiare periodi di emergenza come possono essere le guerre, le epidemie o le calamità naturali, ha definito i celebri chicchi marroni non necessari alla sopravvivenza, in quanto non contribuirebbero alla sicurezza alimentare, a causa del loro scarso apporto calorico.

In altre parole, in caso di una grave necessità che dovesse mobilitare l’intero Paese, la classica tazzina di caffè sarebbe l’ultima cosa a cui verrebbe in mente di pensare. Una simile affermazione suona davvero strana in quella che è considerata la patria del cioccolato, innescando una serie di ironie che hanno trovato ampio spazio sui social.

Qualcuno ha definito questa scelta una svolta epocale del tutto paragonabile alla Brexit. Anche perché il paese di Guglielmo Tell è uno dei più importanti consumatori di caffè. Stando ai dati forniti dall’International Coffee Organization, in Svizzera il consumo pro capite annuale si attesta intorno ai 9 chili, ben più alto dell’Italia che non raggiunge i 6 kg. Ma se a storcere il naso sono le grandi aziende addette allo stoccaggio, c’è anche chi si dice favorevole all’iniziativa: per finanziare l’accumulo delle scorte, il governo svizzero prevede la corresponsione di una tassa pari a 3,75 franchi per 100 kg di caffè.

La decisione definitiva su questo provvedimento sarà presa solo il prossimo novembre. Qualora l’iniziativa dovesse andare in porto, a partire dal 2022 il Paese smetterà di rimpinguare la sua scorta di 15.300 tonnellate, un valore che di per sé permetterebbe di soddisfare le esigenze dell’intero Paese per circa tre mesi.  

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Cosa ne pensa l’autore
Antonio Sorice

Antonio Sorice - La Svizzera è sempre stata molto previdente per quanto riguarda la sicurezza dei propri cittadini in caso di guerre e calamità naturali. Non è quindi un caso che ogni palazzina debba essere dotata di un bunker antiatomico. Non avendo poi sbocchi sul mare, l’approvvigionamento può diventare difficoltoso: da qui, considerando che i suoi abitanti sono anche dei grandi consumatori di caffè, la scelta di ridurre le scorte è quantomeno controversa. O, per lo meno, bisognerebbe capire quale altro alimento più calorico dovrà sostituire il caffè.

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