Il vicepresidente della Commissione Bicamerale d’Inchiesta, Roberto Morassut, intervistato da Radio Radicale, ha dichiarato che, dal suo punto di vista, Emanuela Orlandi la sera della scomparsa dovette recarsi improvvidamente a un appuntamento e che l’uomo dell’Avon non sia mai esistito. Giusta la seconda, sbagliata la prima.
Gli elementi raccolti nel ginepraio di dietrologie, che hanno reso difficile tracciare linee di demarcazione tra la bugia e la verità, lasciano pensare che Emanuela Orlandi dovette, sì, recarsi a un appuntamento, ma con una persona dal viso familiare. Un uomo che la ragazza dovette incrociare, in maniera casuale, già all’uscita del Vaticano, mentre si recava a scuola di musica. La prova deriverebbe dalla testimonianza di un vigile urbano, Alfredo Sambuco, il quale dichiarò di aver visto una ragazza corrispondente ai connotati di Emanuela Orlandi parlare con un tizio nei pressi del Senato e di aver sentito l’uomo dire: “Va bene, allora ci vediamo dopo”, prima di risalire in quella che lo stesso pubblico ufficiale definì “una Mercedes”. Mercedes che poi si trasformerà in una Bmw dai mille colori, dal nero al giallo.
La presunta frase pronunciata dall’uomo aprono la porta a una sola riflessione: Emanuela effettivamente aveva un appuntamento, ma non con il fantomatico “uomo dell’Avon”, ma con un conoscente stretto. E che l’uomo dell’Avon, come ha riferito anche Morassut, non sia mai esistito, è confermato da una dichiarazione di Ercole Orlandi che, in una intervista rilasciata al Messaggero il 26 giugno 1983, quattro giorni dopo la scomparsa della figlia, disse che Emanuela aveva telefonata alla sorella Federica per dirle che sarebbe rincasata più tardi a causa dell’agitazione dei mezzi pubblici. Nessun riferimento a incontri ravvicinati del terzo tipo con rappresentanti Avon o presunti talent scout a caccia di aspiranti attrici. Anche Raffaella Monzi, compagna di accademia di Emanuela, avrebbe mentito, dato che le testimonianze dicono che sia Raffaella Monzi sia l’altra amica Maria Grazia Casini, raggiunsero Emanuela Orlandi mentre questa era vicino alla fermata dell’autobus, quindi non si comprende quando la Orlandi avrebbe detto del lavoro dell’Avon alla compagna.
La nota stonata è che Natalina Orlandi nella denuncia di scomparsa presentata alla polizia la mattina del 23 giugno affermò che Emanuela era sparita dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro da uno sconosciuto per la casa cosmetici dell’Avon e che il suo fidanzato Andrea Ferraris, il cugino Pietro Meneguzzi e il fratello Pietro si recarono quel giorno davanti al Senato per parlare con un vigile e un poliziotto che riferirono di aver visto una ragazza simile alla Orlandi a colloquio con l’emissario dell’Avon. Questa dichiarazione però contrasta con quanto riferito da Pietro Meneguzzi in Commissione Parlamentare, secondo cui il 23 giugno il vigile non era in servizio, e che un poliziotto in borghese gli suggerì di tornare il giorno dopo per parlarci, cosa che poi, stando a Meneguzzi, così fecero. Come è possibile allora che Natalina parlò della conversazione avvenuta con il vigile il giorno prima se questi non c’era?
Emanuela Orlandi aveva molto probabilmente davvero un appuntamento con qualcuno che l’aveva già accompagnata vicino alla scuola. Lo si comprende dalla testimonianza della direttrice di musica, Suor Dolores, la quale affermò che il vigile urbano aveva visto Emanuela a colloquio con un tizio “sia verso le cinque e sia verso le sette di sera”. Emanuela quindi non stava aspettando l’autobus per tornare a casa, ma stava attendendo l’uomo che avrebbe incrociato all’uscita di Porta Sant’Anna? Chi era quest’uomo? Difficile dirlo, ma se si prende in considerazione quanto riferito da una compagnia di musica, secondo cui lo zio Mario prelevava la nipote fuori dalla scuola perché faceva lo stesso tragitto quando si recava a lavoro e quando tornava a casa, allora il sospetto che l’appuntamento fosse con lo zio Mario non è da escludere. Resterebbe però da capire il movente di un eventuale delitto. Ma questo, in mancanza di informazioni certe, sembra difficile per non dire impossibile da capire.