Mario Meneguzzi non è mai stato un individuo al di sopra di ogni sospetto. Il fatto che la Procura di Roma lo abbia ficcato nel novero delle ipotesi investigative da seguire nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta a Roma nel 1983, non dovrebbe sorprendere, perché gli elementi su una sua presunta colpevolezza, in merito alla scomparsa della nipote, non mancano di certo.
Mario Meneguzzi il giorno della scomparsa di Emanuela Orlandi non aveva un alibi a prova di bomb@. Disse di trovarsi a Torano, un paesino vicino Rieti, ma nessuno lo ha mai verificato per davvero. Fin da subito si attivò per cercare la nipote, mettendo in campo iniziative poco trasparenti. Si recò all’Ansa per far pubblicare l’annuncio della scomparsa di Emanuela ventilando l’ipotesi di un rapiment@ quando non c’era nulla che lo lasciava pensare. Riempì gli annunci sui quotidiani di dettagli falsi e fuorvianti. Portò a casa della famiglia Orlandi i suoi amici dei servizi segreti che fecero passare la tesi del rapiment@, parlando di tratta delle bianche e scambi di persona. Divulgò sui manifesti che riempirono i muri di mezza Roma il numero di telefono di casa Orlandi senza prima consultarsi con gli inquirenti e spalancando le porte a una serie di telefonisti anonimi che finirono solo per intossicare le indagini.
Mario Meneguzzi non si limitò solo a far pubblicare gli annunci di scomparsa, ma assunse anche il ruolo di mediatore tra la famiglia Orlandi e i finti rapitori, cosa che non sarebbe stata necessaria se il Meneguzzi, anziché divulgare il numero di casa Orlandi, si fosse limitato a divulgare il numero di polizia o carabinieri a cui indirizzare le telefonate dei presunti rapitori. Rapitori che non fornirono mai una prova che la ragazza fosse viva e si trovasse nelle loro mani, ma fecero ascoltare solo una registrazione vocale in cui Emanuela Orlandi, con voce pacata e tranquilla, come se stesse a un casting e non nelle mani di delinquent@ ripeteva sempre la stessa frase.
Un audio che poteva essere stato fatto anche un mese prima della sua scomparsa ma che bastò per accontentare il Meneguzzi, il quale nemmeno pensò di chiedere di ascoltare la voce della nipote dal vivo per sincerarsi che fosse viva e stesse bene. Perfino il pm Giancarlo Capaldo, da sempre amante del rapiment@ notò lo strano comportamento dello zio di Emanuela che ogni qualvolta rispondeva al telefono non mostrava mai segni di emozione, come se già sapesse che quelli non erano rapitori.
Pietro Orlandi lo ha definito persona fuori da ogni sospetto, ma le cose non stanno proprio così. La pm Margherita Gerunda fu la prima a sospettare di lui. Aveva notato gli errori, chissà quanto involontari, con cui l’uomo aveva riempito gli annunci sui giornali. E vedeva lo zio Mario bazzicare continuamente nei corridoi della Procura di Roma, come se volesse sapere cosa stavano scoprendo gli inquirenti, cosa che la spinse a tenerlo lontano dalle indagini e farlo seguire da poliziotti in borghese che notarono come l’uomo, finito di lavorare in Parlamento, anziché recarsi a casa, si recava direttamente a Torano, nella sua villa di vacanza. La Gerunda forse provò a incastrarlo, ma fu rimossa quando scoppiò la bolla del rapiment@ politico.
Anche il pm Domenico Sica sospettava dell’onnipresente zietto di Emanuela. Il magistrato aveva saputo che Meneguzzi, impiegato della Camera dei Deputati, con importanti agganci politici, come quello con Mario Peruzy, non era uno stinco di santo, dato che aveva molestat@ anche Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela, e che apparteneva a una cricca parlamentare che aveva l’abitudine di approfittare del proprio ruolo per estorcere sess@ alla dipendenti di Montecitorio o a chi ambita a entrarci. A metà agosto gli giunse anche una lettera anonima in cui indicava la soluzione del caso Orlandi proprio nell’ufficio dello zio. Forse, nel tentativo di raccogliere prove che lo inchiodassero alle sue eventuali responsabilità, Sica lo fece pedinare, ma l’uomo fu avvisato dal Sisde e l’operazione andò in fumo.
E poi c’è l’identikit disegnato da un vigile urbano che, nel 1985, rivelò di aver visto Emanuela Orlandi entrare nella macchina di un uomo, di cui non ricordava se essere una Bmw o una Mercedes. Un dettaglio importante perché lo zio Mario era proprietario di tre vetture, tra cui proprio una Mercedes. Quel profilo, in ogni caso, aveva una somiglianza proprio con il volto di Meneguzzi. Un indizio ignorato dagli inquirenti che non si preoccuparono di confrontare quel profilo con gli adulti che ruotavano intorno al contesto amicale e parentale della giovane cittadina vaticana. Così come nessuno si preoccupò di capire chi aveva ingaggiato l’avvocato Gennaro Egidio che sostituì Mario Meneguzzi nella trattativa con gli inesistenti rapitori.
Ciò che colpisce è l’ira di Pietro Orlandi quando ha capito che la Procura di Roma da almeno tre anni sta scandagliando la pista “familiare” per assicurarsi che l’orco che fece scomparire la sorella non si annidava nella cerchia vicina alla ragazza. Domenico Sica ne era certo: Emanuela Orlandi scomparve dopo un incontro con “un adulto molto vicino alla ragazza”, riferendosi proprio a Mario Meneguzzi della cui colpa, secondo il pm Ilario Martella, Sica era più che convinto. Una convinzione che sembra muovere anche la Procura di Roma che tra aprile e maggio 2024 ha perquisito le abitazioni di Roma e Torano di Meneguzzi, trovando elementi ritenuti “interessanti”.
E intanto si è saputo che zio Mario finiva il loro lavoro dalla Camera alle sette di sera, stessa ora di uscita di Emanuela dalla scuola di musica, distante poche centinaia di metri. E per tornare a casa sua sulla via Aurelia percorreva in auto la stessa strada che Emanuela percorreva a piedi o in autobus per tornare anche lei dalla scuola di musica a casa sua. Come ha riferito una ex amica della scuola di musica, Emanuela veniva spesso prelevata proprio dallo zio che le dava un passaggio fino a casa. Non è un caso che Ercole Orlandi, la sera della scomparsa della figlia, telefona al cognato tre le nove e le dieci di sera. Non per chiedere una mano nelle ricerche, come ha detto Pietro Orlandi, ma per sapere se aveva prelevato lui Emanuela anche quel giorno. Tuttavia, riesce a contattarlo a Torano solo a mezzanotte. La domanda che pochi si sono posti è inquietante: dov’era Mario Meneguzzi tra le sette di sera e mezzanotte mentre Emanuela Orlandi spariva nel nulla per non essere mai più ritrovata?