Nel caso di Emanuela Orlandi aumentano le ombre sullo zio Mario Meneguzzi. Una compagna del Conservatorio del Tommaso Ludovico da Vittoria, mai individuata dagli inquirenti, compresa la Commissione Bicamerale d’Inchiesta che finora sta brancolando nel buio, ha rivelato come Emanuela Orlandi venisse a volte prelevata fuori dalla scuola di musica dallo zio Mario il quale le offriva un passaggio a casa.
Un’abitudine saltuaria permessa dal fatto che, come ha scoperto il giornalista Pino Nicotri, Mario Meneguzzi, finito il lavoro alla Camera dei deputati alle sette di sera, stessa ora di uscita di Emanuela dall’Accademia, per tornare a casa sull’Aurelia faceva lo stesso percorso della nipote. Un percorso che lo portava ad attraversare Corso Rinascimento, Corso Vittorio Emanuele II, attraversare il Tevere e passare davanti a Piazza San Pietro, dove lasciava la nipote che abitava dentro il Vaticano.
Secondo tale amica-la cui testimonianza è tutta da verificare- questo avvenne anche il 20 giugno 1983. In quell’occasione Emanuela, finite le lezioni di musica, era uscita dalla scuola e si era messa ad aspettare lo zio nei pressi della fermata dell’autobus, posta davanti al Senato, per essere accompagnata nella casa dell’uomo, dove i genitori di Emanuela erano già presenti perché invitati a cena. Nell’occasione Emanuela litigò con il padre per questioni legate alle vacanze estive, pronunciando una frase che lasciò di sasso il genitore. Da notare che, dopo la scomparsa, lo stesso zio Mario chiese ai sedicenti rapitori con chi avesse cenato Emanuela due giorni prima della sparizione, ricevendo una risposta netta: “A casa di parenti stretti”.
Comunque sia, non si sa quale frase Emanuela disse al padre per farlo trasalire. Si sa solo che due giorni dopo, il 22 giugno 1983, la ragazza scompare nel nulla nel centro di Roma. Una sparizione oggetto di dubbi sulla dinamica dei fatti, tranne forse la testimonianza di un vigile urbano, Alfredo Sambuco, il quale disse di aver visto, intorno alle sette di sera, una ragazza simile a Emanuela Orlandi “salire tranquillamente in una macchina e andare via”. Chi era quest’uomo? Difficile dirlo. Ma il vigile urbano, con una relazione di servizio presentata al dirigente della Squadra Mobile, parlò di “un uomo alto 1,70-1,75 circa, di età 40-45 anni circa, con carnagione scura, capelli castani e molto stempiato sul davanti”. Una descrizione somigliante proprio a Mario Meneguzzi. In ogni caso, in questo ginepraio di dubbi, c’è un dettaglio che getta una luce nuova su questa vicenda. Ercole Orlandi, dopo un’ora dal mancato rientro della figlia a casa, alle nove e mezza di sera, chiamò il cognato a Roma molto probabilmente per sapere se avesse notizie di Emanuela. Ma lo trova solo a mezzanotte. E non a Roma, ma a Torano.
La cosa strana, come ha fatto notare Nicotri, è che questo particolare del tragitto percorso da Mario Meneguzzi è saltato fuori solo adesso. Non è stato mai rivelato nè dagli Orlandi nè dai Meneguzzi, e nemmeno nei rapporti dei poliziotti che, come ha riferito la trasmissione televisiva Lo Stato delle Cose, pedinarono l’uomo dall’uscita di Montecitorio fino a Torano, dove lo zio Mario andava e veniva ogni giorno, per diversi giorni, entrava nella sua villa, vi restava per un po’ di tempo e poi ritornava a Roma da solo. Qualunque cosa facesse di personale l’uomo in quella villa, la domanda è d’obbligo: “Fu Mario Meneguzzi il fantomatico uomo alla guida dell’auto in cui, secondo un vigile, Emanuela entrò tranquillamente la sera della scomparsa?”. Non lo sappiamo e non possiamo accusare nessuno. Spetterà adesso alla Procura di Roma riempire quei vuoti investigativi che non sono stati colmati per troppo tempo. Quantomeno per escludere Meneguzzi definitivamente dalla lista dei sospettati.