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Continua a far discutere il rapporto tra Coronavirus e inquinamento

Ha ricevuto ampia eco mediatica la possibile attinenza tra inquinamento atmosferico e la diffusione del Coronavirus. Sul punto la comunità medico-scientifica si è divisa, lasciando il dubbio su quella che è la reale correlazione tra i due fenomeni.

Ambiente
Pubblicato il 29 marzo 2020, alle ore 03:32

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Continua a far discutere il rapporto tra Coronavirus e inquinamento

Una delle poche conseguenze positive dell’emergenza Coronavirus è il drastico calo dei livelli di inquinamento. Così come documentato dalle nuove immagini del satellite Sentinel-5P del programma Copernicus gestito dalla Commissione Europea e dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa), in tutte le capitali europee il blocco del traffico e delle attività produttive ha ridotto sensibilmente le emissioni inquinanti.

Le rilevazioni che riguardano il Vecchio Continente, evidenziano infatti una netta riduzione dei livelli di biossido di azoto, sostanza generata dalle principali attività produttive dell’uomo. Allo stesso tempo si è registrata una diminuzione dei livelli di particolato, particelle che risultano però più strettamente dipendenti dalle condizioni atmosferiche.

Si è infatti osservato che bloccando la circolazione, a fronte di un drastico crollo delle concentrazioni di biossido di azoto, il particolato conosce un decremento molto più lento, soprattutto in condizioni di assenza di venti e di ristagno dell’aria. Senza poi dimenticare che la quarantena forzata di milioni di persone, provoca l’inevitabile aumento delle emissioni dovute all’utilizzo del riscaldamento domestico.

Proprio il particolato è stato quindi accostato alla più rapida diffusione del Coronavirus. In altre parole è stato evidenziato che le zone più esposte al PM10, appaiono anche più vulnerabili di fronte all’infezione virale. A tale conclusione è giunta la SIMA, la Società Italiana di Medicina Ambientale, che per l’occasione ha emesso un documento condiviso sia con l’Università di Bologna che con l’Università di Bari.

A fronte di questa correlazione tra polvere sottili e Covid-19, bisogna però precisare che quella della SIMA non è una pubblicazione di natura scientifica. Nei fatti, trattandosi di un’analisi non condotta attenendosi ad un comprovato metodo scientifico, non può nemmeno considerarsi scientificamente provata. Di conseguenza, non potendo essere validata, la IAS, l’Italian Aerosol Society e l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, pur riconoscendo l’esistenza di una possibile correlazione, non evidenziano la necessaria esistenza di una rapporto causa-effetto.

Avendo una scarsa conoscenza dell’interazione tra inquinamento e virus, il tutto è per il momento destinato a rimanere nel campo delle ipotesi, dando inevitabilmente vita ad interpretazioni divergenti. Per fugare ogni dubbio, diventa più che mai opportuno mettere in atto ulteriori indagini, dalle quali si spera di poter far luce su quello che per il momento rimane un plausibile sospetto.

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Cosa ne pensa l’autore
Antonio Sorice

Antonio Sorice - Evidenziare una relazione tra il Coronavirus e l’inquinamento – più nello specifico con il particolato – non sembra essere un’ipotesi così campata per aria. In effetti il nesso dovrebbe essere approfondito, anche perché oltre a permettere di comprendere come rallentare il contagio, l’analisi potrebbe anche far luce su quella che è stata l’origine del virus.

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