Caso Orlandi, l’annuncio sull’Ansa forse falsificato da una manina anonima

La notizia della scomparsa di Emanuela Orlandi fu pubblicata anche sull'Ansa, ma le informazioni erano diverse dalla denuncia presentata da Natalina Orlandi. Sospetto su una manipolazione creata su misura

Caso Orlandi, l’annuncio sull’Ansa forse falsificato da una manina anonima

Qualcuno modificò la denuncia di scomparsa su Emanuela Orlandi? Sembra essere questa l’ipotesi più verosimile per spiegare la differenza tra la denuncia presentata da Natalina Orlandi alla polizia italiana e la notizia che comparve sull’Ansa. Due testi con informazioni diverse che fanno pensare a un depistaggio creato ad arte.

Natalina Orlandi, la mattina del 23 giugno 1983, si recò presso L’Ispettorato di Pubblica Sicurezza della Città del Vaticano, una struttura speciale della polizia italiana, affermando che Emanuela era sparita fuori dalla scuola di musica situata in “Piazza S.Apollinare”, “il Ludovico da Vittoria” e che “indossava pantaloni blu jeans con camicetta bianca”. Dettagli, quelli dell’abbigliamento, riportati anche sui manifesti che riempirono Roma. Il giorno dopo, invece, l’Ansa pubblicò il medesimo annuncio dicendo che Emanuela era sparita all’uscita del “Conservatorio di Santa Cecilia”, situata in Via dei Greci, distante qualche chilometro dal Da Vittoria, e che indossava “completo jeans (pantalone con giubbino jeans, nda) su maglietta bianca”. 

E’ impossibile che l’Ansa abbia commesso uno strafalcione simile. Perché l’Ansa non è un social network dove ognuno può pubblicare ciò che gli pare. Pure le bufale e le fake news. Ma è la principale agenzia di informazione italiana. Uno strumento di primaria importanza nel panorama giornalistico nazionale che, prima di pubblicare un avviso di scomparsa, segue procedure rigorose proprio per evitare di diffondere notizie false e fuorvianti e compromettere le ricerche della persona sparita. 

Si è detto finora che fu Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi, a recarsi in redazione e chiedere la pubblicazione dell’inserzione. Ma ciò non è possibile. O almeno non nel senso sponsorizzato dai giornalisti fautori della pista “familiare”. L’Ansa non accetta comunicati di privati cittadini, ma si basa solo su notizie provenienti da fonti istituzionali, come uffici stampa delle forze dell’ordine, Procure, Prefetture, Ministeri e uffici simili. Non solo. Ma se la scomparsa è legata a una potenziale ipotesi di reato, come il “timore di un rapimento”, come disse l’Ansa, allora la diffusione della notizia deve essere autorizzata dagli organi giudiziari.

E’ difficile credere che Mario Meneguzzi si sia recato nella redazione romana, abbia fatto e disfatto, messo sotto frustra i giornalisti dicendo loro cosa dovevano pubblicare e cosa non dovevano pubblicare. Nemmeno fosse lui il padrone. E chi è convinto di questo scenario, senza offrire alternative, è uno che mente, sapendo di mentire. Un ciarlatano che cerca di piegare i fatti alle proprie convinzioni, inventandosi notizie e facendo acrobazie pur di farsi passare per personaggio credibile, pur venendo smentito miseramente dai fatti e, a volte, anche dalla logica. 

Va detto, per onore della verità, che prima di battere una notizia o pubblicare un annuncio relativo a una persona scomparsa, la redazione dell’agenzia segue un protocollo preciso: i giornalisti devono verificare l’avvenuta presentazione di una denuncia a polizia o carabinieri. Si assicurano di ricevere l’autorizzazione della Prefettura, d’intesa con l’autorità giudiziaria e i familiari. La segnalazione deve giungere tramite gli uffici stampa dei vari enti istituzionali. Ottenuto il riscontro, l’agenzia richiede la trasmissione di una foto, dei dati anagrafici della persona, del luogo della sparizione e dei dettagli necessari per identificarle. Praticamente proprio quelli che nel caso di Emanuela Orlandi finirono per depistare e non per instradare. 

E che l’annuncio Ansa fosse un depistaggio, è dimostrato dalla frase secondo cui “i colleghi del padre e la famiglia temevano un rapimento”. Ma questa è una notizia inventata, perché in Vaticano nessuno aveva pensato a un sequestro. Sono stati gli stessi amici vaticani di Emanuela Orlandi che, in Commissione Parlamentare, hanno ammesso di non avere mai avuto la minima idea di cosa possa essere successo all’amica, confermando come loro stessi si mossero per cercarla. Cosa che non sarebbe avvenuta se sotto il Cupolone si fosse diffusa la paura di un rapimento.

E’ vero che una famiglia può contattare l’Ansa chiedendo la pubblicazione della scomparsa di un congiunto. Cosa che potrebbe anche aver fatto lo zio di Emanuela. Ma i giornalisti dell’Ansa, prima di procedere alla divulgazione dell’avviso, verificano sempre l’esistenza di una denuncia ufficiale presentata agli organi inquirenti e le informazioni in esse contenute. Quindi, se davvero Meneguzzi si fosse recato in redazione, cosa improbabile perché l’Ansa non accoglie persone fisiche, avrebbe dovuto presentare la denuncia di Natalina per essere sicuri che ciò che sarebbe apparso sull’Ansa corrispondesse a quanto effettivamente dichiarato alla polizia.

Ma allora come è possibile che l’Ansa abbia commesso un errore simile nel caso della cittadina vaticana? Come è possibile che la prima agenzia di informazione italiana sia caduta in uno scivolone così grave per le indagini degli inquirenti? C’è una sola spiegazione: il testo della comunicazione presentata da Natalina alla polizia potrebbe essere stata falsificata da qualche manina anonima per neutralizzare testimonianze oculari e avvalorare la pista del rapimento. Un qualcuno che aveva i mezzi e gli  strumenti per farlo. Un qualcuno munito di autorità. Un personaggio capace di muovere i fili. E  quel personaggio non poteva essere un barista di Montecitorio. 

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