Emanuela Orlandi, la pista "familiare" sotto la lente di ingrandimento

Gli elementi che conducono alla pista amical-parentale non mancano, ma la Commissione Bicamerale non sembra intenzionata a seguire questo percorso. Lo sta facendo però la Procura di Roma.

Emanuela Orlandi, la pista "familiare" sotto la lente di ingrandimento

Una mela quando cade dall’albero va cercata vicino all’albero, non va cercata sulle colline. Con Emanuela Orlandi questo non è successo, perché anziché scandagliare la pista “familiare” si è preferito seguire tesi cospirazioniste che hanno fatto deragliare le indagini su binari errati e troppo lontani dalla realtà di una comune adolescente. 

Di Emanuela Orlandi si sa solo che che scompare a Roma il 22 giugno 1983. Il resto è un dedalo di dubbi. La presunta offerta di lavoro dell’Avon sembra non sia mai esistita. L’Ansa del 24 giugno 1983 dice che Emanuela aveva telefonato a casa per avvertire che sarebbe rincasata più tardi per via dello sciopero dei mezzi pubblici. Nessun accenno a rapitori travestiti da rappresentanti della casa cosmetica. La madre addirittura disse che Emanuela non aveva nemmeno telefonato. E nessuno ha chiesto a Federica Orlandi se abbia capito bene o se abbia capito fischi per fiaschi. Dubbi anche sulla testimonianza di due pubblici ufficiali che parlarono di una Bmw, come se fossero stati condizionati da Pietro Orlandi che adocchiò una Bmw nera in Piazza Sant’Apollinare. Un’auto intestata a un avvocato del tutto estraneo al giallo. Ma quella fantomatica Bmw diventerà in un colpo la macchina dei rapitori. 

Il caso Orlandi, tutto sommato, poteva risolversi facilmente se si fosse risposto a una domanda: Emanuela fu rapit*? No, il luogo della scomparsa, davanti al Senato, escludono l’ipotesi di un sequestro. Ne erano convinti anche gli investigatori che non credettero a un sequestro ai fini di riscatto, ma ritennero più probabile che la giovane avesse seguito qualcuno che conosceva. Ora, una ragazza di sedici anni quanti adulti fidati può conoscere? Quanti di loro potevano essere passati per il Corso Rinascimento dove Emanuela fu vista per l’ultima volta? Quanti di loro potevano corrispondere alla descrizione fatta da un vigile urbano che parlò di un uomo di “un metro e settantacinque circa, corporatura longilinea, quarantacinque anni circa, carnagione scura, capelli castani e stempiato sul davanti” ? Saranno stati pochi. E tra quei pochi c’era Mario Meneguzzi che faceva lo stesso tragitto della nipote una volta finito il lavoro a Montecitorio. Non tutti i giorni. Ci mancherebbe. Ma ci passava. E dava uno strappo alla nipote nei pressi della sua abitazione dentro le mura leonine. 

A dirlo una fonte interna al Vaticano, una compagna della scuola di musica e una telefonata di Ercole Orlandi al cognato dopo nemmeno un’ora dal mancato rientro della figlia. Che lo chiama a fare? Forse per porgli la stessa domanda posta a suor Dolores, direttrice della scuola di musica: se avesse notizie di Emanuela. Ma non lo trova a Roma. Lo trova a Torano. A mezzanotte. E nessuno che si preoccupa di capire dove si trovava l’uomo tra le nove e mezza e mezzanotte. Nessuno che si premunisce di interrogare la famiglia per avere lumi sulla questione. Tutto coperto dalla negligenza degli investigatori che senza gli appelli del papa a favore della ragazza avrebbero subito chiuso il caso come una delle tante ragazze sparite in Italia nel corso degli anni, scappata di casa o finita nelle mani di qualche mascalzone. 

Un Vaticano accusato di ogni reato, tranne riconoscere che il suo intervento fu determinante per smuovere le indagini. Indagini affidate alla pm Margherita Gerunda che durante una confidenza privata rivelò di avere una pessima considerazione di Pietro Orlandi, a causa di uno stile di vita ai limiti del consentito. I sospetti di Gerunda caddero su Mario Meneguzzi. La pm lo fece anche pedinare dai poliziotti che notarono come l’uomo andava e veniva tutti i giorni a Torano, vicino Rieti, dove aveva una casa per le vacanze. Da solo e senza una ragione specifica. 

Ma perché lo fece pedinare? Perché aveva notato gli annunci di scomparsa fatti pubblicare da Meneguzzi sull’Ansa. L’uomo aveva riempito quel documento di dettagli così fuorvianti che avrebbero attirato le attenzioni anche di Poirot: il timore di un rapiment*; il Conservatorio di Santa Cecilia come luogo di sparizione anziché il Conservatorio Ludovico da Vittoria; un completo jeans su maglia bianca indossato da Emanuela Orlandi al posto della camicetta bianca su jeans denunciato da Natalina Orlandi. Sembrava una volontà di depistare subito e in ogni modo. E poi quel via vai dell’uomo in Procura per sapere cosa stavano scoprendo gli inquirenti. Ce n’era abbastanza per mettergli gli sbirri alle calcagna, ma a qualcuno questo non piacque e la Gerunda dopo un mese fu rimossa dall’incarico a favore del collega Domenico Sica. 

Meneguzzi che aveva già insidiato Natalina Orlandi, prospettando di farla licenziare dalla Camera dei deputati se avesse parlato delle sue perversioni sessuali, il giorno dopo la scomparsa di Emanuela si trasferì a casa Orlandi per fare da diaframma tra i telefonisti e la famiglia della ragazza. Posizione perfetta per neutralizzar* eventuali testimonianze scomode. Telefonisti che non avrebbero chiamato se Meneguzzi avesse evitato di rendere noto il numero di telefono di casa Orlandi a tutta Roma. Prima sui quotidiani e poi sui manifesti che decorarono la capitale. Manifesti che a tutto potevano servire tranne che trovare Emanuela, perché tra i dettagli venne omesso il luogo in cui la giovane era stata vista l’ultima volta. Un errore che non puoi commettere. Perché in una città come Roma, dire che è sparita una ragazza, senza dire dove si è volatilizzata, è come dire che è sparito un ago in un pagliaio. E’ lui a rispondere a “Pierluigi” e “Mario” che parleranno di un allontanamento volontario. Ed è sempre lui a trattare con l’Americano che commette l’errore di dire la “tua nipote”, mostrando di sapere con chi parlava, aprendo i dubbi su presunti complici. 

Il presidente della Commissione Bicamerale, Andrea De Priamo, si è chiesto se Mario Meneguzzi poteva avere gli strumenti da mettere in campo per depistare. Ce l’aveva, eccome. Lo zio di Emanuela bazzicava nei luoghi informali del potere parlamentare. Aveva conoscenze tra i servizi segreti e tra i rivoluzionar* di sinistra. Gli stessi che si erano infiltrati nella tipografia La Piramide srl, gestita da Armando Meneguzzi, fratello di Mario, finito nei guai giudiziari per attivismo politico e legami con l’estremism* di sinistra. Fu sospettato persino di simpatizzare con le Brigate Rosse. 

A Domenico Sica non era sfuggita questa commistione tra i manifesti di Emanuela Orlandi è la tipografia da cui potevano benissimo essere stati fabbricati i messaggi, i comunicati, i documenti che finivano sui quotidiani, copiando lo stesso modus operandi delle Brigate Rosse dopo il sequestro Moro. Come il plico giallo trovato in Piazza del Parlamento con le fotocopie dei documenti di Emanuela Orlandi e un messaggio manipolato: “Con tanto affetto – la vostra Emanuela”. Una dedica che secondo una perizia calligrafica non fu scritta interamente di getto, ma assemblata in modo meccanico, suggerendo un’operazione realizzabile con strumenti tipografici. 

Anche Domenico Sica sospettava di Mario Meneguzzi. Anzi di più. Il pm antiterrorismo era convinto che dietro la scomparsa di Emanuela ci fosse “una storia tra la ragazza e lo zio”, alludendo forse a una relazione finita in malo modo. Nulla di strano. Succede purtroppo anche oggi. Il caso Epstein lo ha dimostrato. Sica tentò anche di prenderlo in castagna. Mise il suo telefono sotto controllo per due anni di fila. Gli piazzò i poliziotti alle costole. E forse sarebbe riuscito a trascinarlo a processo se Giulio Gangi, che non si è capito ancora chi lo incaricò di intromettersi nel caso, mischiando professione e sentimenti per Monica Meneguzzi, non lo avvisasse di avere la polizia alle calcagna. Con il Meneguzzi che nemmeno si preoccupò di recarsi in Procura con un avvocato per sapere i motivi di tanto interessamento verso di lui. 

E ora la Commissione Parlamentare vuole il cocco sbucciato. Ha detto che pretende i fatti e non le ipotesi. Ma se le ipotesi non vengono indagate non diventeranno mai fatti. Se non si mettono a confronto le testimonianze e le dichiarazioni degli Orlandi e dei Meneguzzi, i sospetti sulla pista familiare non prenderanno mai forma e non saranno mai archiviati. E mentre i commissari della Bicamerale si perdono in chiacchiere, la Procura lavora nel silenzio. Ha perquisito le abitazioni di Meneguzzi, trovando elementi ritenuti “interessanti”. Forse delle cassette che a quel tempo potrebbero essere servite per far ascoltare la voce registrata di Emanuela, compresa la cassette delle sevizie dove si vuol far credere che quella voce fosse di Emanuela. 

Forse l’ultima speranza di svelare il mistero della cittadina vaticana e chiudere questa giostra mediatica, potrebbe essere legata a un interrogatorio. Quello di Renata Improta, moglie di Mario Peruzy, superiore di Mario Meneguzzi alla Camera. La speranza è che la donna possa aver raccolto confidenze dal marito sui comportamenti di Meneguzzi e su un eventuale ruolo nella scomparsa di Emanuela. Come del resto aveva detto una lettera partita dal Parlamento e giunta a Sica ad agosto 1983. Quella missiva diceva che Mario Meneguzzi era responsabile della scomparsa della nipote e che la prove della sua colpevolezza andavano cercate nel suo ufficio a Montecitorio. 

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