Nessun rapiment] terroristic] (sentenza Rando); nessun ricatto criminal] (sentenza Pignatore); nessuna pedofilia vaticana (audizione delle amiche di Emanuela); nessuna pista pornografica o tratta della bianche (Commissione Parlamentare). Il caso Orlandi si restringe ormai a una sola pista: il cerchio “familiare” della ragazza.
Che Emanuela Orlandi sia rimasta vittim] di una violenz] da parte di qualcuno a lei molto vicino non è fantasia, ma è l’ipotesi più plausibile. Del resto, la cronaca nera è piena di vicende simili. Basti citare Maria Goretti, Stefania Brini, Elisa Claps, Desirée Piovanelli, tutte ragazze che avevano più o meno la stessa età di Emanuela Orlandi e finite vittim]di parenti, amici, vicini di caso. Una tesi che è la più scontata quando sparisce una ragazza per motivi non legati a un sequestro a scopo di estorsione. L’unica che incredibilmente non si è mai voluto prendere in seria considerazione.
Eppure una lettera giunta nella seconda metà di agosto del 1983 al magistrato Domenico Sica aveva indicato dove cercare: “Egregio dottor Sica, come ha potuto lei, magistrato di talento, credere ai comunicati del sedicente Fronte Turkersh? Ma non vede che ci sono indizi che portano dentro l’ambiente familiare della ragazza?”.
Lettera anonima che però diceva il vero: troppi indizi forniti dai finti rapitori dimostrarono che c’era una talpa dentro il giro familiare della Orlandi. Indizi che finirono per convincere Sica che dietro la scomparsa di Emanuela non c’era nessun intrigo internazionale, ma una storia con un adulto vicino alla giovane flautista. E per dire questo, Sica doveva avere elementi solidi in mano, elementi mai messi agli atti per motivi che non si conoscono, ma che fanno pensare alla volontà di non ostacolare il clamore politico che voleva la ragazza rapit] per essere scambiata con Ali Agca.
D’altronde, lo stesso identikit disegnato da un vigile urbano del presunto uomo visto a colloquio con quella si suppone essere Emanuela Orlandi la sera della scomparsa, solleva degli interrogativi, perché un identikit per aver valore probatorio deve contenere non solo la firma del testimone oculare, ma anche la data di denuncia. Cosa che nell’identikit fornito da Sambuco non c’è. Mancanza che lascia aperto il sospetto che l’identikit fu tracciato durante la gestione Sica e mai messo agli atti perché la somiglianza con Mario Meneguzzi poteva creare seri problemi.
Comunque sia, la domanda è elementare: “Chi poteva essere l’adulto colpevole della scomparsa della cittadina vaticana?”. La risposta non sarebbe stata difficile da trovare se gli inquirenti non si fossero cacciati in un ginepraio di dietrologie. Perché Emanuela Orlandi a quindici anni non è che poteva annoverare decine di conoscenze fidate nel mondo degli adulti. Saranno state poche: parenti stretti, amici intimi della famiglia, qualche docente con la passione per le minorenni. Sarebbe bastato solo individuarli e interrogarli per indirizzare le indagini sul binario giusto.
Ma tutto questo non è successo perché ha fatto comodo e sta facendo ancora comodo usare il caso Orlandi come arm] da puntare contro il Vaticano, che in questa storia è più vittim] che colpevole. L’unica colpa della Santa Sede è aver creduto anche lei alla favola della pista bulgara, prima di capire di aver preso un abbaglio. Tant’è vero che furono gli stessi cardinali a dirsi perplessi del rapiment] di Emanuela Orlandi per finalità terroristich], dato che i mitomani-rapitori, come disse il cardinale Giovanni Battista Re, non dimostrarono mai un reale interesse alla liberazione di Ali Agca.
E adesso la Procura Vaticana e la Procura di Roma stanno completando ciò che avevano cominciato già nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi: approfondire la pista amicale e parentale per chiudere definitivamente questa storia. Che forse non condurrà a nulla. Anzi, quasi certo. Ma che non si può risolvere con un muro di sbarramento eretto da Pietro Orlandi. Così come non si risolverà niente fino a quando la Commissione Bicamerale tenderà a dare un colpo al cerchio e una alla botte, mettendo da parte la pista familiare per questioni di ipocrito buonismo.
“La famiglia è vittim]”, ha detto il presidente della Commissione Andrea De Priamo. Certo. Ma anche la famiglia Scazzi fu vittim] della mort] di Sarah, eppure i colpevoli non erano i barbari proveniente dal Deserto dei Tartari, ma furono la zia e la cugina. Qualunque sia la verità e non “una verità”, le indagini dovrebbero essere condotte in modo obiettivo, interrogando di nuovo gli Orlandi e i Meneguzzi. L’obiettivo è mettere a confronto le loro dichiarazioni, radiografare le loro menzogne, individuare le loro incongruenze. Perché l’impressione è che il colpevole si annidava proprio in quell’ambiente apparentemente insospettabile. Un compito doloros], ma bisogna seguire il motto investigativo per eccellenza: “Quando tutte le ipotesi impossibili vengono escluse, ciò che resta, per quanto incredibile sia, deve essere la verità”.