Tutto è finito come è cominciato: con un nulla di fatto. Gli scavi alla casa del jazz eseguiti nella speranza di ritrovare il corpo di Emanuela Orlandi si è chiuso dopo cinque mesi di lavoro come già si supponeva: Emanuela Orlandi lì non c’è. Si sapeva, ma bisognava pur portare avanti il canovaccio della leggenda metropolitana.
Ciò che è avvenuto alla casa del jazz è la prova provata che il caso Orlandi è diventato un romanzo nero senza fine. Un thriller dalle infinite puntate. Un palcoscenico mediatico ricco di finti colpi di scena che si sono chiusi come si sono aperti, generando una cortina fumogena dove il confine tra realtà e fiction è diventato sempre più evanescente. Una telenovela che nel corso degli anni ha attirato ipotesi complottistiche rimbalzate sui media e poi svanite nel nulla, per essere sostituite da nuove ipotesi sempre più bizzarre e sempre meno aderenti alla realtà dei fatti.
Il problema è che dietro a queste messinscene c’è una nazione che non si rassegna all’idea che certi casi restano irrisolti. E’ inutile girarci intorno. Gli esseri umani hanno limiti che non si possono oltrepassare. E questo vale anche per gli inquirenti che per anni si sono persi nel porto delle nebbie, correndo dietro a un ginepraio di dietrologie che hanno compromesso la soluzione. Anche la riapertura della pista familiare, parallelamente ad altre piste, sembra un ultimo tentativo di setacciare l’ultimo possibile frammento di realtà che resta ancora in ombra. Con la consapevolezza che il tempo ha giocato un brutto tiro a magistrati e investigatori.
La richiesta di archiviazione depositata dalla Procura di Roma e dalla Procura Vaticana riporta tutto al punto di partenza. Nessuna verità su Emanuela Orlandi, nessun colpevole, nessuna certezza, solo la conferma che anni di ipotesi hanno prodotto più ombre che luci. Ombre moltiplicate da un susseguirsi di “svolte” rivelatesi infondate. Il paradosso è che ogni nuova pista sembra nascere già con la sensazione che condurrà in un altro vicolo cieco. Più cieco dei tunnel della casa del jazz che aveva assunto la parvenza di un Grande Fratello. Una verità che non è il risultato di cinismo, ma dell’esperienza accumulata dopo anni di chiacchiere che hanno impedito la serenità necessaria per giungere a una conclusione giudiziaria.
La scomparsa di Emanuela Orlandi non ha condotto a nessuna verità processuale. L’unica cosa che ha prodotto sono state accuse infondate, nomi trascinati nella melma, persone travolte dalle maldicenze, reputazioni compromesse. E’ successo con papi e cardinali, ma anche con tante persone ingiustamente indagate dalla magistratura e sbattute in prima pagina da un sistema mediatico che su questi drammi banchetta. Ma intanto, dal 1983, il giallo di Emanuela Orlandi è diventato un vuoto scenico in cui ognuno ha proiettato ciò che voleva o ciò credeva. E tutto questo è successo perché nessuno vuole accettare una verità semplice: esistono casi di cronaca che non si risolvono. Casi in cui la verità si perde nelle pieghe del tempo.