Emanuela Orlandi e quelle telefonate che poteva smascherare Mario Meneguzzi?

La scomparsa della cittadina vaticana fu seguita dalle chiamate di un anonimo telefonista, chiamato "Pierluigi" che potevano forse incastrare lo zio di Emanuela

Emanuela Orlandi e quelle telefonate che poteva smascherare Mario Meneguzzi?

In attesa che la Commissione Parlamentare d’Inchiesta rediga una relazione ufficiale da presentare alla Camera dei deputati sul caso di Emanuela Orlandi, c’è una figura su cui vale la pena soffermarsi perché, al netto di teoremi kafkiani, avrebbe potuto anche smascherare Mario Meneguzzi come reo della scomparsa della cittadina vaticana. Parliamo di “Pierluigi”, il primo telefonista che chiamò a casa Orlandi.

Questo personaggio, mai identificato, si palesò con tre telefonate avvenute tra il 25 e il 26 giugno 1983, tre giorni dopo la sparizione della “ragazza con la fascetta”. Mario Meneguzzi, che come è noto badava alle telefonate che arrivavano a casa Orlandi, lo soprannominò il “pariolino”, per il linguaggio forbito e senza inflessioni dialettali. 

L’anonimo telefonista rivelò di aver visto a Campo dei Fiori una ragazza simile a Emanuela Orlandi vendere collanine e prodotti Avon su una bancarella. Per rendersi credibile, Pierluigi indicò anche una serie di dettagli che corrispondevano effettivamente a Emanuela Orlandi: astigmatismo da un occhio; vergogna a indossare in pubblico gli occhiali da vista bordati di bianco; la vendita dei prodotti Avon; il matrimonio della sorella Natalina a settembre; la passione per il flauto. Tutte informazioni, tranne il flauto, che non erano state ancora riportate dai giornali e che erano invece ben conosciute dal vizioso parente della studentessa di musica. 

Fu singolare come l’anonimo telefonista usò anche il nome di uno dei migliori amici di Emanuela Orlandi, Pierluigi Magnesio, anche lui cittadino vaticano ed estraneo ai fatti, dimostrando di conoscere bene le amicizie della giovane. Non solo. Ma nella terza e ultima telefonata, disse di chiamare da un ristorante sul mare. Ciò che va notato è che il giorno prima, il 25 giugno 1983, Pierluigi Magnesio era effettivamente stato con i genitori in un ristorante a Ladispoli, nota località balneare. Questo prova che il chiamante di cornetta conosceva così bene l’ambiente di Emanuela da sapere anche cosa facevano i suoi amici e dove si trovavano in un determinato momento.

Il telefonista però mutò il nome di Emanuela in “Barbara” e cercò di veicolare il messaggio di un allontanamento volontario ma provvisorio destinato a finire presto, a settembre, giusto il tempo per suonare al matrimonio di Natalina. Cosa ancora più sospetta e che ancora una volta porta gli indizi dentro il giro “familiare” della ragazza, è che Pierluigi fece tre chiamate in due giorni perché consapevole che il telefono di casa Orlandi non era ancora sotto controllo, dato che questo avverrà solo a partire dal 27 giugno, quando Andrea Ferraris, fidanzato e oggi marito di Natalina Orlandi, porterà un registratore rudimentale poi sostituito da uno più moderno fornito dai servizi segreti. Telefonate che avevano un chiaro intento depistante: Tranquillizzare la famiglia facendo passare il messaggio di una fuga adolescenziale. 

Un altro dettaglio che parla sotto traccia su quanto “Pierluigi” poteva annidarsi nel cerchio della famiglia di Emanuela Orlandi è quello in cui il giovane disse che la presunta Emanuela vendeva collanine in piazza Campo de Fiori e voleva degli occhiali Ray Ban. A tal fine, Ercole Orlandi ricordò che due estati prima, a Torano, luogo di vacanza del clan Orlandi-Meneguzzi, Emanuela e alcune amiche avevano venduto a un banchetto delle collanine e ricordò un discorso proprio su Ray Ban nell’estate precedente, sempre a Torano, tra la mamma di Emanuela, Emanuela e una sua amica, Ines Giuliani. Questo testimonia che Pierluigi sapeva anche dove passava le vacanze Emanuela Orlandi e cosa faceva durante queste vacanze. Informazioni che ancora una volta potevano ben essere conosciute da zio Mario.

Tuttavia, in un audio fornito da Pietro Orlandi in tempi recenti, si sente un uomo parlare con l’avvocato della famiglia Orlandi, Gennaro Egidio, e in particolare delle telefonate ricevute dagli Orlandi poco dopo la scomparsa della ragazza. La voce dall’accento straniero spiega che “Pierluigi” e il suo compagno di cornetta “Mario”, che chiamerà il 27 giugno e che porterà avanti la filastrocca della fuga volontaria, avevano l’obiettivo di agitare le acque per dare la possibilità ai rapitori di Emanuela di portarla fuori dai confini italiani. “Sono due elementi vostri?”, chiede il legale all’interlocutore che conferma e dice che “il Vaticano sa” chi sono Pierluigi e Mario.

In realtà ciò che taglia la testa al toro è che a differenza delle telefonate che giungeranno a casa Orlandi nei giorni successivi, soprattutto dopo l’affissione dei manifesti, quelle di Pierluigi furono le uniche telefonate mai registrate e furono ascoltate solo da Mario Meneguzzi, il mediatore familiare. Quindi, in linea puramente teorica, potevano anche essere state inventate dallo stesso Meneguzzi, che conosceva bene luoghi, amici e abitudini della nipote. Telefonate che non solo non furono mai registrate, ma che non furono nemmeno segnalate alla polizia, tanto che alla pm Margherita Gerunda non sfuggì questo strano comportamento di Meneguzzi, lamentandosi con Ercole Orlandi dell’impossibilità di aver preso visione delle chiamate di Pierluigi che riteneva importanti come punto di partenza nelle indagini.

Ma perché Mario Meneguzzi avrebbe dovuto inventare queste chiamate? Perché avrebbe dovuto tacere questa informazione agli inquirenti italiani? Se fossimo dei malpensanti potremmo credere che lo zio Mario volesse rallentare le indagini e prendere tempo. Per cosa? Non lo sappiamo, anche se lo possiamo immaginare, visto che l’uomo proprio in quei giorni, stando alla testimonianza di un poliziotto, andava e veniva ogni giorno da Roma a Torano da solo e senza una spiegazione “logica”. E fu grave che gli inquirenti non controllarono i tabulati telefonici per sapere se in quei giorni era effettivamente partita una telefonata da qualche ristorante. Perché in caso contrario il Meneguzzi avrebbe dovuto dare per lo meno delle spiegazioni in merito. 

Comunque sia, in questo mistero che tanto misterioso non è, perlomeno non più misterioso di tanti casi di ragazze sparite in Italia, c’è da aggiungere un elemento che alcuni osservatori hanno notato: in una lettera giunta in quei giorni all’avvocato della famiglia Orlandi, Gennaro Egidio, i finti rapitori, nel novero delle parole sparate a caso, menzionarono un particolare che, letto tra le righe, potrebbe indicare il luogo dove il corpo di Emanuela Orlandi fu sepolto dopo la sua quasi certa morte avvenuta la sera stessa della scomparsa avvenuta nel centro di Roma tra cittadini e turisti. 

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