Il giornalista Pino Nicotri, interrogato dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta, ha fornito considerazioni che potrebbero essere decisive per scoprire la verità su Emanuela Orlandi. Il cronista ha infatti scoperto come Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, finita la giornata di lavoro in Parlamento, per tornare a casa passava per Corso Vittorio Emanuele II, dove a volte incrociava Emanuela Orlandi all’uscita dalla scuola di musica, situata nei pressi del Corso stesso, accompagnandola verso casa.
“Ho trovato elementi che supportano questa ipotesi”, ha dichiarato Nicotri. “Elementi concreti e pubblici non sono mai stati rilevati né dagli Orlandi né dagli inquirenti: è un’omissione sorprendente e inspiegabile”. Nicotri ha accertato che Mario Meneguzzi smetteva di lavorare alle sette di sera. Orario che coincideva con l’uscita di Emanuela dalla scuola di musica frequentata tre volte a settimana: il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Stando alle ricerche fatte di Nicotri, Google Maps dimostra che, per tornare a casa sull’Aurelia, dove si trovava anche la tipografia La Piramide che stampò i manifesti della “ragazza con la fascetta”, lo zio doveva passare per Corso Vittorio Emanuele, attraversare il ponte sul Tevere e quindi transitare vicino al Vaticano. È plausibile che l’uomo accompagnasse Emanuela vicino casa.
Questo coincide con la testimonianza di una ex compagna del Conservatorio musicale Tommaso Ludovico da Vittoria che, recentemente, ha affermato che Emanuela Orlandi non tornava a casa con i mezzi pubblici, perché spesso veniva prelevata proprio dallo zio dopo essersi fermata sul Corso Vittorio Emanuele II. Parliamo forse della stessa ragazza che disse di aver visto un paio di volte Emanuela entrare in una Berlina nera con i vetri oscurati e che dava l’impressione, come Nicotri ha sottolineato, di essere una macchina appartenente alla Camera dei Deputati. Luogo dove Mario Meneguzzi gestiva la ristorazione per deputati e affini.
Nicotri ha sottolineato l’importanza di verificare l’alibi di Meneguzzi. Una verifica giustificata dalla somiglianza tra Meneguzzi e l’identikit tracciato da un vigile urbano, Alfredo Sambuco, il quale disse di aver visto, la sera della scomparsa, Emanuela Orlandi a colloquio con un uomo davanti al Senato. Una testimonianza che potrebbe dimostrare che lo zio Mario, la sera del 22 giugno 1983, non si trovava a Torano, come disse lui stesso al pm Domenico Sica, il 27 luglio 1983, ma a Roma.
In ogni caso, quello che è certo, è che Ercole Orlandi, la sera del 22 giugno 1983, telefonò a Mario Meneguzzi nella sua casa di Roma tra le nove e le dieci di sera, ma trovò solo il figlio Pietro il quale disse che il padre si trovava a Torano. Ciò che non torna è che il papà di Emanuela riuscì a rintracciare il cognato a Torano solo verso mezzanotte, cinque ore dopo la sparizione della figlia, e lo chiamò- secondo Nicotri- “non per avvisare che Emanuela non era tornata a casa, ma per chiedergli se avesse sue notizie, se l’avesse vista e dove potesse essere. Ma come poteva lo zio Mario avere informazioni su Emanuela se non la portava a casa a volte dopo la scuola?