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Facebook bastonata in Italia e Australia: ecco cos’è successo

Il noto social network, tra una polemica e l'altra con Apple, torna a scontrarsi con le istituzioni, ricevendo una multa dall'AGCOM italiana, per una questione di trasparenza informativa e decidendo di non pagare per la pubblicazione delle notizie in Australia

Internet e Social
Pubblicato il 18 febbraio 2021, alle ore 14:00

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Facebook bastonata in Italia e Australia: ecco cos’è successo

Nonostante non si sia ancora sopito il contrasto con Apple (cui il CEO in blu vorrebbe “infliggere dolore” per il suo attivismo pro privacy), Facebook è finita al centro di nuove controversie che la antepongono, con esiti significativi, alle istituzioni italiane ed australiane. 

La prima brutta notizia per Facebook, in quest’avvio di fine settimana, proviene dall’Italia. Nel 2018, l’AGCOM sanzionò Facebook Inc per 5 milioni di euro, e la controllata Facebook Ireland per la stessa cifra, perché, in fase di registrazione di un account, enfatizzavano la gratuità del servizio, non rendendo chiaro che i dati ceduti in quell’occasione rappresentavano il corrispettivo per l’uso del servizio, dal momento che, processati commercialmente per mostrare pubblicità mirate, assumevano un valore economico.

Nel provvedimento di 3 anni fa, Facebook era stata anche obbligata, oltre che a smettere tale pratica, a informare correttamente l’utente tramite un avviso sui profili degli utenti, all’ingresso nell’app, e nella home della piattaforma: il social, che non ha assecondato ad alcuna di tali richieste, si è limitato semplicemente a rimuovere, in fase d’iscrizione, la sottolineatura della gratuità del servizio, all’insegna di misure ritenute “generiche e incomplete“, di certo non idonee a far capire all’utente quali dati venivano processati per le pubblicità targettizzate e quali erano effettivamente adoperati per la personalizzazione del servizio.

L’ultimo capitolo di questa vicenda si è avuto qualche giorno fa, con la nuova condanna comminata dall’AGCOM, pari a 7 milioni di euro in totale (5 per Facebook Inc, 2 per Facebook Ireland), per aver proseguita nel non informare in modo adeguato sulla raccolta a fini commerciali dei dati degli utenti che si iscrivono alla piattaforma. La reazione di Facebook non si è fatta attendere, con un portavoce de social che ha riferito di contare molto sull’esito del ricorso presentato presso il Consiglio di Stato contro il provvedimento iniziale dell’AGCOM (del quale si prende atto), essendo stati – nel frattempo – già messi in atto dei cambiamenti, financo nelle proprie policy d’uso, atti a render palese agli utenti come vengano usati i loro dati per fornire i servizi e la pubblicità personalizzata. 

Infine, giunge a un infelice epilogo il contrasto di Facebook (anche) con le istituzioni australiane. A Canberra, infatti, è stata approvata una modifica del Consumer Act del 2010, in ragione della quale è i colossi hi-tech devono pagare gli editori per la pubblicazione delle notizie (come Google ha appena scelto di fare). Facebook ha reagito a tale normativa bloccando la condivisione di notizie, nelle sue piattaforme in Australia, da parte delle Pagine e degli utenti, in quanto ritiene che il provvedimento australiano non tenga conto dello sbilanciamento del rapporto a favore degli editori locali. Nel solo 2020, infatti, questi ultimi avrebbero beneficiato di un aumento di valore pari a 407 milioni di dollari australiani, mentre Facebook, che punta sulle notizie per una mera questione democratica, avrebbe tratto un vantaggio minore dalla loro pubblicazione, posto che nel newsfeed degli utenti queste ultime rappresentano solo il 4% di quel che l’utente vede. 

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Cosa ne pensa l’autore
Fabrizio Ferrara

Fabrizio Ferrara - Ecco perché Facebook aveva rimosso il riferimento alla parola gratuita: era un modo implicito per far capire che se un servizio non si paga, la merce siamo noi. In effetti, una cosa è farlo capire, una cosa è precisarlo con un avviso esplicito: la nuova condanna, quindi, sarà parsa inevitabile all'AGCOM. Per il resto, posso capire che sui feed si vedano poche notizie, e che la loro comparsa generi un beneficio per gli editori, ma va anche detto che il lavoro va pagato, e così anche la generazione dei contenuti: Facebook quindi ha decisamente torto in questo caso.

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