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Governo Prodi e blocco navale del 1997. Morti 81 albanesi ma nessuno fu processato

Durante il governo Prodi venne attuato un blocco navale per impedire gli arrivi di migranti dall’Albania. Durante le operazioni, il 28 Marzo 1997, la nave Sibilla speronò la ex motovedetta militare albanese "Katër i Radës". Ad essere condannati furono solo i comandanti delle navi ma non i politici

Politica
Pubblicato il 7 febbraio 2019, alle ore 21:23

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Governo Prodi e blocco navale del 1997. Morti 81 albanesi ma nessuno fu processato

Nel 1997, durante il primo Governo Prodi, il ministro dell’interno Napolitano decretò il blocco navale per contrastare i cospicui arrivi dall’Albania. Il 19 marzo fu sancito un decreto legge che regolava i respingimenti e il 25 dello stesso mese si giunse ad un accordo con l’Albania per il contenimento del traffico clandestino di profughi. L’accordo metteva nero su bianco la messa in essere di un efficace pattugliamento delle coste dell’Adriatico; inoltre dava alla Marina disposizioni per attuare quella che era stata definita “opera di convincimento” nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania. In realtà, si trattava di un vero blocco criticato fortemente dall’ONU.

In Parlamento, il 12 aprile 1997, Prodi affermò: “Il carattere dell’operazione è un’attività volta soprattutto a stroncare la malavita organizzata che gestisce gli espatri“. Per le operazioni furono schierate due Fregate, Aviere e Sagittario, due Corvette, Driade e Urania, e la Nave militare Sibilla; l’ordine perentorio era di non far passare nessuno.

La posizione del Governo Italiano di centrosinistra per contrastare l’ondata migratoria proveniente dai Balcani, a causa delle violazioni dell’ordine giuridico e da un enorme flusso migratorio degli albanesi verso altri paesi, prevedeva una solerte cooperazione tra i due paesi. Il governo italiano si adoperò per il controllo ed il contenimento in mare dei clandestini mediante il fermo in acque internazionali ed il dirottamento nei porti albanesi. Un albanese non poteva dirigersi in Italia e chi lo faceva era considerato un clandestino.

La tragedia 

Il 28 marzo 1997, la motovedetta albanese Kater I Rades, affondò nel Canale d’Otranto dopo essere partita dal porto di Valona carica di circa centoventi, tra uomini, donne e molti bambini. Il suo ponte era lungo venti metri e nelle sue tre minute cabine ricavate sottocoperta non avrebbe potuto contenere più di dieci persone.
Alle ore 18.57, la motovedetta fu speronata dalla nave Sibilla, della Marina Italiana. Al primo colpo, molte persone imbarcate furono sbalzate in acqua mentre con il secondo, il mezzo si capovolse ed affondò alle ore 19.03. Quel giorno morirono 81 persone, 32 sopravvissero.

Le operazioni di pattugliamento nel canale d’Otranto quel giorno erano state effettuate da cinque navi della Marina Italiana: le fregate Zeffiro, Aliseo, Sagittario, il pattugliatore Artigliere e la corvetta Sibilla. 

L’Albania all’epoca aveva visto il fallimento della stragrande maggioranza delle società finanziarie nazionali. Il Paese era stato ridotto alla miseria da politici, economisti ed imprenditori occidentali che, fino al 1996, avevano speculato in affari immobiliari dopo la caduta del regime comunista. 

Le condanne

Le direttive del governo di Romano Prodi, che disciplinavano le operazioni navali per bloccare l’immigrazione clandestina, prevedevano anche un legittimo uso della forza da parte delle unità dispiegate in mare. Nessun esponente del governo si presentò a Brindisi per rendere omaggio alle vittime. 

La Suprema Corte ha condannato per quanto accaduto solamente i comandati delle navi, mentre non incriminò alcun politico responsabile di aver ordinato il blocco navale. Namik Xhaferi, della Kater I Rades, partito senza autorizzazione verso la Puglia, fu condannato a 3 anni e mezzo di carcere, Fabrizio Laudadio, della corvetta Sibilla, che aveva condotto le manovre per ostacolare l’approdo del mezzo su ordine del Governo Prodi e di Napolitano, fu condannato inizialmente a 3 anni poi ridotti a 2 in Cassazione. 

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Cosa ne pensa l’autore
Chiara Lanzini

Chiara Lanzini - Ricordo perfettamente le immagini di quella tragedia. La migrazione albanese verso le coste pugliesi è stata un fenomeno lungo un decennio. Quella degli anni Novanta, ha visto il sorgere di una bizzarra dicotomia: grande accoglienza alternata a rigida opposizione, al trattenimento di migliaia di migranti albanesi nello stadio di Bari e il naufragio della Kater.

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