Caso Orlandi, il Vaticano dice basta: "La verità non è più raggiungibile"

Il procuratore di giustizia vaticana, Alessandro Diddi, durante un convegno con studenti, ha dichiarato: "Non ci sono elementi per giungere a una verità sulla scomparsa di Emanuela"

Caso Orlandi, il Vaticano dice basta: "La verità non è più raggiungibile"

In Vaticano il sipario su Emanuela Orlandi si è chiuso. Definitivamente. Lo aveva detto in passato anche il cardinale Becciu, ma adesso c’è l’ufficialità del procuratore Alessandro Diddi: “Io credo che la giustizia rispetto alla vicenda di Emanuela Orlandi non potrà accertare più nulla perché qualunque prova che cerca di individuare, a parte il fatto che il tempo ha fatto venir meno qualunque tipo di fonte probatoria, è ormai inevitabilmente inquinata da quello che è scaturito in tutti questi anni”.

Tradotto: il Vaticano ha deposto le armi. Troppo tempo è passato dal quel lontano 1983 perché si possa giungere a una conclusione giudiziaria. Fine dei giochi e di una speranza aperta il 10 gennaio 2023 da papa Francesco, che ordinò un’indagine interna per sapere se Emanuela Orlandi fosse svanita dentro le mura leonine e se qualcuno oltretevere avesse taciuto. Ma dalle analisi dei documenti di oggi e di ieri, è risultato esserci nulla che faccia supporre colpe di porporati ingiustamente accusati. Come del resto hanno testimoniato anche le amiche di Emanuela in Commissione Bicamerale, secondo cui nella città dei papi non hanno mai visto o saputo di comportamenti scorretti delle tonache o di storie scabrose sotto il Cupolone.

E’ vero che in passato Gianluigi Marrone, avvocato parlamentare e capo-ufficio di Natalina Orlandi, riferì a un giornalista che il Vaticano non disse tutto ciò che sapeva su Emanuela. Ma si riferiva probabilmente agli agguati sessuali di Mario Meneguzzi sulla stessa Natalina. Insidie che potevano mettere in crisi due famiglie. Ma aldilà di questo, Diddi ha detto che la Procura Vaticana ha consegnato tutte le carte che aveva ai magistrati romani. Documenti anche nuovi che non erano mai stati vagliati in passato e che sono nella disponibilità della magistratura italiana, che indaga da tre anni, scandagliando l’ultimo anfratto disponibile per sapere che fine fece Emanuela Orlandi mentre, sul Corso Vittorio Emanuele II, si recava a casa dopo aver salutato un’amica descritta come bassa, mora e con i capelli ricci: ovvero la pista “familiare”.

Ma anche la Procura di Roma sembra non avere elementi sufficienti per chiudere una storia pregiudicata fin dal primo giorno. Fin da quando, con l’errore di piazzare per le strade di Roma tremila manifesti di Emanuela Orlandi, con il numero di casa in bella mostra, cominciò l’assedio dei mitomani desiderosi di intromettersi in una vicenda di cronaca. Una verità rivelata anche dal generale dei carabinieri Mauro Obinu che, in Commissione Bicamerale, ha dichiarato di aver creduto subito a un delitto sessuale, ma che l’intervento dei “disturbatori di messaggistica” creò una cappa informativa, costellata di piste affascinanti da seguire, finendo per deviare le indagini.

Lo snodo principale che ha impedito la soluzione del giallo della studentessa di musica è stata la sua residenza. Il fatto che Emanuela Orlandi abitasse aldilà delle mura leonine, ha preso il sopravvento nelle inchieste giudiziarie e nel racconto giornalistico, portando a sottovalutare altri filoni più comuni e alimentando narrazioni ai confini del surreale, uno più scadente dell’altro, spesso pieni di errori evidenti e di fatti inverosimili. Racconti che hanno creato un clima suggestivo tale da chiamare in causa sempre il Vaticano, tanto che ormai convinzione comune che la Santa Sede debba per forza avere qualche responsabilità in quella scomparsa.

Questa crociata condotta dai media, compreso lo stesso Pietro Orlandi che si atteggia ormai a vip da avanspettacolo, è stata la causa principale della mancata verità sulla Orlandi. Crociata messa in moto in ogni salsa dai mezzi di comunicazione e da soggetti interessati più a sé stessi che a contribuire a risolvere il mistero. Su questo punto, vale la pena citare le parole del professore Ennio Amodio, secondo cui “siamo di fronte a ciò che gli americani chiamerebbero una never ending story, una storia senza fine, cioè una storia che ogni tanto salta fuori, viene cavalcata dai media per l’interesse che ha, suscita sprazzi di speranza, ma è quasi sempre destinata a non vedere la fine”. Un interesse scaturito dalla residenza vaticana di Emanuela e che ha irrimediabilmente compromesso un caso di cronaca tramutato in un inutile show. 

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