Caso Orlandi e l’identikit di Mario Meneguzzi: verità o bufala?

Il vigile urbano che fornì il profilo dell'uomo visto a colloquio con Emanuela Orlandi all'uscita della scuola di musica non testimoniò nell'immediatezza, ma due anni e mezzo dopo, rendendo l'identikit inattendibile

Caso Orlandi e l’identikit di Mario Meneguzzi: verità o bufala?

Il 23 luglio 2023 il telegiornale di La7, condotto da Mentana, trasmise l’identikit dell’uomo visto da due pubblici ufficiali, Alfredo Sambuco e Bruno Bosco, mentre parlava con Emanuela Orlandi la sera della scomparsa, avvenuta a Roma il 22 giugno 1983. L’identikit aveva una somiglianza con Mario Meneguzzi, zio della ragazza. 

Una somiglianza notevole, portata in trionfo dal giornalista Pino Nicotri che ha vantato e millantato di essere stato il primo a notare la somiglianza. Un profilo pubblicato sul sito Blitz Quotidiano nel 2019 e che avrebbe messo in moto le indagini della magistratura italiana e di quella vaticana sulla “pista familiare”, inserendo lo zio di Emanuela in un atto giudiziario e sottoponendo le sue abitazioni a perquisizioni. 

Tuttavia, volendo essere obiettivi e non farsi trascinare dalle mistificazioni, c’è un dettaglio inserito nel disegno che rende quel profilo inattendibile. Il disegno, nella parte bassa, riporta oltre a informazioni di natura giudiziaria anche la firma di Sambuco. Tutto bene? No, tutto male. Perché il profilo è datato 22 ottobre 1985, ovvero due anni e mezzo dopo la sparizione della cittadina vaticana. Quella data è sufficiente per mettere in discussione la genuinità della denuncia di Sambuco, perché le procedure di polizia indicano che un identikit, per essere credibile, deve essere disegnato nell’immediatezza e non due anni e mezzo dopo, perché il ricordo dei tratti somatici tende a essere “inquinato” da informazioni esterne con il passare dei giorni.

La criminologa S.C. ha detto che il profilo di un sospettato deve riflettere il ricordo in tempo reale del testimone oculare, perché a distanza di due anni e mezzo, dopo il clamore mediatico che si scatenò intorno al caso Orlandi, un testimone può rimanere suggestionato da foto visti in televisione o sui giornali e creare un profilo che altro non è che una sovrapposizione da lui stesso “suggerita” per rendersi credibile. E poiché Mario Meneguzzi era apparso su stampa e televisione in tutte le salse, Sambuco potrebbe essersi ispirato a quella immagine per rendersi attendibile. Non è un caso che Margherita Gerunda non credette mai a Sambuco e Bosco, tacciandoli di cercare solo di farsi pubblicità su un dramma che aveva assunto dimensioni epocali.

Ma questo non è tutto. C’è di più e di peggio. Il profilo di Sambuco era incredibilmente preciso. Stando alla criminologa succitata, disegnare un profilo preciso dopo quasi tre anni può indicare che le prove sono state costruite ad arte o, peggio ancora, manipolate per indirizzare le indagini verso una specifica persona. Esiste quindi il rischio del “falso positivo”, dove il testimone descrive la persona che più assomiglia al suo ricordo rielaborato, pur non essendo lui il vero colpevole. D’altronde, se quell’uomo fosse stato davvero lo zio di Emanuela, sarebbe stato inutile elaborare un profilo, Sambuco poteva benissimo dire chi era, visto che Meneguzzi in quei primi giorni fu particolarmente attivo e pubblicizzato. 

Del resto, che quel profilo somigliante a Mario Meneguzzi non possa essere Mario Meneguzzi è dimostrato dalla testimonianza di Pietro Meneguzzi, figlio di Mario, che in Commissione Bicamerale ha detto che il padre usciva di casa per recarsi al lavoro a Montecitorio alle sette del mattino e rientrava verso le dieci di sera. Difficile pensare che nell’ora della scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta dopo le sette di sera, Meneguzzi si trovasse a passare fuori dalla scuola di musica. E questo, volendo, spiegherebbe pure perché Ercole Orlandi lo trova a Torano solo a mezzanotte. 

Ma ad avvalorare il dubbio dell’originalità della testimonianza di Sambuco e di Bosco, c’è un particolare che se non riguardasse una tragedia farebbe ridere. Sia Sambuco sia Bosco, interrogati da Martella, descrissero non solo l’uomo, ma anche la ragazza vista parlare con tale uomo. La dipinsero come una giovane di circa quindici anni, bassa, con i capelli lunghi e gli occhi marroni. Tutto bene, se non fosse che, alla domanda su come fosse vestita, entrambi dissero di non ricordare. Curioso che Bosco riuscì a vedere il colore degli occhi della ragazza a una distanza di venti metri e non vide come era vestita, che è una delle prime cose che resta impressa nella mente. 

Che Sambuco e Bosco non abbiano visto la Orlandi, è provato dalle diverse versioni fornite da Sambuco. L’uomo prima disse ai familiari di Emanuela Orlandi che l’uomo visto parlare con la ragazza aveva 30-35 anni. Poi, due anni dopo, davanti al pm Martella, elevò l’età a 40-45 anni. E infine, intervistato anni dopo da Chi l’ha Visto?, tornò a parlare di un giovane trentenne. Una persona che fornisce tre versioni diverse non può essere credibile. Ne consegue che anche il suo identikit, fornito anni dopo e non subito, quando i ricordi sono vividi e non condizionati da foto e immagini trasmesse dagli organi di informazione, non può essere assolutamente attendibile. 

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