Caso di Emanuela Orlandi, la verità in un mese

La verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, secondo la pm Adele Rando, era racchiusa nel mese successivo alla sua sparizione. Il resto sarebbe stato solo strumentalizzazione politica e mediatica

Caso di Emanuela Orlandi, la verità in un mese

Un investigatore considerato all’epoca una leggenda della polizia italiana aveva una regola tutta sua quando indagava. “Un caso o lo risolvi in quarantotto ore oppure non lo risolvi più”, usava dire. Il che non significa che dopo due giorni devi avere già il colpevole impacchettato e confezionato, con tanto di prova e confessione alla mano, ma che dopo due giorni devi già aver capito in quale direzione indirizzare le indagini.

Letto da questo punto di vista, il caso di Emanuela Orlandi non fa eccezione: la verità andava cercata nel primo mese dopo la sua scomparsa. Parliamo dell’arco temporale che andava dal 22 giugno al 22 luglio 1983, prima che sulla vicenda calasse il silenzio. Un silenzio interrotto solo a partire dal 4 agosto 1983 quando sulla scena apparve il Fronte Turkesh che indagini successive rivelarono essere un’operazione di disinformazione organizzata dalla Stasi per deviare le indagini dai sospetti sulla Bulgaria di aver pianificato l’attentato al papa per mano del fanatico turco Ali Agca. 

A dirlo non è il mitomane di turno, ma è la sentenza di archiviazione della pm Adele Rando che il 19 dicembre 1997 scrisse: “Si conclude il 20/07/1983 una prima fase della vicenda Orlandi, forse l’unico segmento di tale vicenda riconducibile a connotati di autenticità…Dopo tale data il quadro degli eventi si complica e si frantuma in una pluralità spesso contraddittoria di voci riconducibili a gruppi eterogenei dai fini indecifrabili la cui connotazione comune è probabilmente costituita dall’uso strumentale delle notizie divulgate dagli organi di informazione”. 

Detto in altri termini, la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi è circoscritta tutta nel primo mese. Tutto ciò che è avvenuto in seguito non è stato un “sofisticatissimo depistaggio”, come ha dichiarato l’ex pm Giovanni Malerba, ma una strumentalizzazione che ha visto l’inserimento di personaggi e di istituzioni che hanno usato la trag.dia di Emanuela Orlandi per altri interessi. Interessi che hanno spesso avuto un solo comun denominatore: colpire il Vaticano e le sue alte sfere.

Che Adele Rando avesse ragione è dimostrato anche dal fatto che a partire dal 22 luglio 1983, dopo che le indagini erano state dirottate sul binario cieco del rapim.nto terror.stico, ci fu anche il cambio di guardia, con l’ingresso del pm Domenico Sica al posto di Margherita Gerunda e l’entrata in scena dell’avvocato Gennaro Egidio al posto di Mario Meneguzzi. Da quel momento in poi il caso Orlandi perse i connotati di originalità per diventare un circo mediatico che continua ancora oggi. Una giostra sterile e inconcludente su cui molti, tra magistrati, avvocati, investigatori, giornalisti, conduttori televisivi e youtuber sono saliti per ragioni di denaro e di protagonismo. 

A conti fatti e a mente fredda è facile capire che la vicenda di Emanuela Orlandi è stata un caso di cronaca nera simile a quello avvenuto per tante altre ragazze più o meno dell’età della cittadina vaticana, come i delitti di Maria Goretti, di Stefania Brini, di Desiree Piovanelli, di Elisa Claps e altre come loro. Tutte vitt.me di delitti di natura sess.ale commessi da parenti, amici, vicini di casa, spasimanti squilibrati. Difficile pensare che nel caso Orlandi le cose siano andate diversamente. Margherita Gerunda parlò di “un a.guato” a sfondo ses,uale in cui Emanuela era caduta. La crim.nologa Ursula Franco ha parlato di Emanuela vitt.ma di un “predatore violento”. Domenico Sica insinuò una “storiaccia sess.ale tra la ragazza e un adulto a lei vicino”. L’avvocato Gennaro Egidio parlò di una verità “amara ma semplice”. 

L’esempio più clamoroso di come la scomparsa di Emanuela Orlandi sia stata trasformata in una mongolfiera piena di aria fritta sono le parole del presidente della Commissione Bicamerale Andrea De Priamo, il quale ha detto che la famiglia Orlandi è vitt.ma, non colpevole. Ovvio. Peccato però che De Priamo ignori che anche la famiglia Scazzi fu vitt.ma della mo.te di Sarah e che i suoi as.assini non erano alieni provenienti dal deserto dei Tartari, ma furono la zia e la cugina. E infatti non è un caso che la Procura di Roma sia tornata ai primi giorni della scomparsa della cittadina vaticana, scandagliando l’ambiente relazionale della giovane per assicurarsi che l’orco che la fece sparire non si annidava nella cerchia vicino alla ragazza. 

Da due anni circa i riflettori sono puntati soprattutto sullo zio Mario Meneguzzi e su personaggi a lui vicino. E per quanto Pietro Orlandi respinga eventuali responsabilità del parente, è difficile non notare i tanti indizi che lo mettono sotto una cattiva luce: le insidie sessuali su Natalina Orlandi, l’alibi debole, il tragitto casa-lavoro che coincideva con quello di Emanuela quando si recava a scuola di musica, le sortite quotidiane a Torano senza una ragione, gli annunci falsi e depistanti fatti pubblicare sull’Ansa, il comportamento ambiguo con i telefonisti, i manifesti fatti stampare dalla tipografia di suo fratello, il pressing sulla Procura per sapere cosa stavano scoprendo, l’atteggiamento sospettoso che gli permise di accorgersi di essere pedinato, la nomina dell’avvocato Egidio, la somiglianza con il profilo disegnato da un vigile. 

Ci sono abbastanza elementi da aver spinto la Procura di Roma a inserire il suo nome in un atto giudiziario, malgrado sia defunto da anni. Ma in ogni caso c’è da insospettirsi ancora di più davanti al comportamento di Pietro Orlandi che ha chiesto un’indagine su ampia scala e poi va su tutte le furie quando questa indagine tocca il suo ambiente familiare, le cui dinamiche, da quanto si è capito, non sembra fossero così trasparenti. Certo, tutto è ancora al vaglio della magistratura italiana. Ma almeno questa volta gli inquirenti non stanno facendo voli pindarici, perdendosi nel labirinto delle dietrologie. E chissà che con un colpo di fortuna non possano trovare la chiave di volta che dica cosa sia successo a Emanuela Orlandi e porre fine a questo circo di prestigiatori che continuano a banchettare sul cad.vere della ragazza. 

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