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Chi ha mai sentito dire che il tempo inasprisce il carattere? Non è poi cosa così campata in aria, vero? D’altronde più gli anni passano, più il fervente idealismo giovanile lascia spazio ad una sorta di rassegnazione difficile da sopportare, specialmente quando ormai si è solamente in attesa di una morte pacifica. Come nel caso dell’anziana protagonista di questa vicenda.
La donna era stata definita da tutti “la brontolona” a causa del suo carattere scontroso e della sua abitudine a lamentarsi di continuo ma dopo la sua morte, durante le operazioni di pulizia della stanza, è stata rinvenuta tra i suoi effetti personali una poesia; un componimento scritto da lei che ha subito toccato l’animo di infermieri ed operatori, facendo capire loro che tutti l’avevano giudicata ma nessuno la conosceva a fondo.
Ecco il testo integrale della poesia:
“Che cosa vedi infermiera? Che cosa vedi?
A cosa stai pensando quando mi guardi?
Una donna vecchia e irritabile, non molto saggia,
di abitudini incerte e con la distanza negli occhi?
Che sbava sul cibo e non risponde.
Una che, quando dici ad alta voce: “Voglio che ci provi!”
sembra non accorgersene, anche delle cose che fai.
Una che sempre perde…un calzino o una scarpa?
Una che, resistendo o non lasciandoti fare ciò che vuoi,
con il bagno o durante la cena, riempie le tue lunghe giornate?”
“È questo che stai pensando? È questo che vedi?
Allora apri gli occhi, infermiera. Tu non mi guardi.
Ti dirò chi sono, finché sono ancora qui,
così come faccio ciò che mi chiedi e mangio ciò che tu vuoi.
Sono una bambina a 10 anni, con un padre e una madre,
fratelli e sorelle, l’amore l’uno dell’altro.
Una giovane ragazza a 16 anni, con le ali ai piedi
sognando, presto o tardi, di incontrare l’amore.
Una sposa precoce a vent’anni, il mio cuore sobbalza
ricordando i voti che ho promesso di mantenere.”
“A 25 anni, ho già il mio proprio figlio,
che ha bisogno di essere indirizzato nella vita e condotto al sicuro a casa.
A trent’anni, mio figlio è già cresciuto in fretta,
siamo legati l’uno all’altra, indissolubilmente.
A quarant’anni, i miei giovani figli sono cresciuti e se ne sono andati,
ma mio marito è ancora al mio fianco, per vedere che io non pianga.
A cinquant’anni, ancora una volta, i bambini giocano sulle mie gambe,
ancora siamo circondati da piccoli, il mio amato e io.”
“Giorni bui per me, mio marito ora è morto.
Guardo al futuro, mi vengono i brividi di terrore.
Penso agli anni, all’amore che ho conosciuto.
Ora sono vecchia, e la natura è crudele,
la vecchiaia ti fa apparire come una pazza.
Il corpo si sbriciola, la grazia e il vigore vengono meno,
vi è ora una pietra, dove una volta ho avuto un cuore.
Ma all’interno di questa vecchia carcassa ancora abita una giovane,
e, di tanto in tanto, il mio cuore malconcio si gonfia.”
“Ricordo le gioie, mi ricordo il dolore,
e sto amando e vivendo la vita di nuovo.
Penso agli anni, troppo pochi, corsi via troppo velocemente,
e accetto il fatto nudo e crudo che nulla può durare.
Quindi, apri gli occhi e guarda:
non una donna irritabile e vecchia,
guarda più da vicino, guarda ME!”
Un perfetto e triste esempio di come, molto spesso, siamo spinti a giudicare senza sapere, a non concedere ad un’altra persona la possibilità di venire conosciuta veramente. Perché esprimere verdetti senza avere il coraggio di mettersi in discussione, facendo suonare una sola campana – la propria – è molto più semplice. Ma così facendo, si rischia di arrivare alla fine osservando tutto senza capire nulla.