USA e Israele bomb@rdano (di nuovo) l’Iran degli Ayatollah

L’iniziativa coordinata contro obiettivi iraniani segna un’escalation significativa, motivata da timori sul nucleare, strategie regionali e dinamiche politiche internazionali.

USA e Israele bomb@rdano (di nuovo) l’Iran degli Ayatollah

Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segnano una nuova e pericolosa fase di escalation in Medio Oriente, con rischio concreto di allargamento del conflitto all’intera regione.​

L’operazione Usa-Israele e gli obiettivi militari

Secondo le autorità israeliane e statunitensi, l’azione è stata preparata per mesi e ha un carattere «preventivo», con l’obiettivo dichiarato di impedire a Teheran di dotarsi di @rmi nucleari. L’operazione è stata battezzata «Roaring Lion» da Israele e «Operation Epic Fury» dal Pentagono, a sottolineare la portata strategica dell’offensiva. Nel mirino rientrano non solo infrastrutture militari e missilistiche, ma anche nodi politici e simbolici del regime, tra cui Parlamento, presidenza, Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ministero dell’Intelligence, Organizzazione per l’energia atomica e soprattutto il complesso della Guida Suprema Ali Khamenei.​ Fonti israeliane parlano di «decine di obiettivi militari» colpiti sul territorio iraniano, in un quadro operativo che integra raid aerei e probabilmente @ttacchi cyber contro media e strutture di comunicazione del Paese. A conferma di ciò, l’osservatorio Netblocks segnala un blackout quasi totale di Internet in Iran, con la connettività scesa al 4% dei normali livelli. Nel discorso diffuso da Mar-a-Lago, Donald Trump ha rivendicato l’operazione come necessaria a «difendere il popolo americano» e ha avvertito che «potrebbero esserci perdite, accade spesso in guerr@», riconoscendo il rischio di vittime tra i militari Usa.​

La risposta iraniana e il rischio regionale

Teheran ha reagito con una controffensiva che si articola su due piani: quello interno, con una narrativa di «@ggressione illegale» che viola il diritto internazionale, e quello militare, rivolto contro Israele e le basi americane nel Golfo. Il ministero degli Esteri iraniano ha definito i raid una «rinnovata @ggressione» e ha promesso una risposta «con piena forza», qualificando le operazioni come «atti di guerr@ aperta» contro la sovranità iraniana.​ Sul fronte militare, i pasdaran hanno annunciato l’operazione «True Promise 4», rivendicando @ttacchi missilistici e con droni contro il quartier generale della Quinta Flotta Usa in Bahrein e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a «centri militari e di sicurezza nel cuore di Israele». Secondo le fonti israeliane, dall’Iran sarebbero stati lanciati almeno 35 missili balistici verso lo Stato ebraico: molti intercettati, altri caduti in aree aperte, con per ora un bilancio limitato a un ferito lieve e a persone colpite da att@cchi di panico durante la corsa ai rifugi. Parallelamente, l’agenzia Fars elenca quattro basi americane nel Golfo finite nel mirino: Al-Udeid (Qatar), Al-Salem (Kuwait), Al-Dhafra (Emirati) e la Quinta Flotta in Bahrein.​

Le reazioni internazionali e l’Europa

La nuova crisi ha immediatamente attivato le cancellerie mondiali, evidenziando linee di frattura già note ma oggi più profonde. La Russia ha parlato di «atto di @ggressione armata pianificato e immotivato» contro uno Stato membro dell’Onu, invitando i propri cittadini a lasciare l’Iran e a non farsi prendere dal panico alimentato da media e social. Anche Madrid ha elevato l’allerta al massimo, raccomandando ai cittadini spagnoli di abbandonare il Paese con i mezzi disponibili, mentre il Qatar ha riferito l’intercettazione di un missile iraniano tramite sistemi Patriot americani.​ In Europa, l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha definito gli sviluppi «pericolosi», ribadendo che i programmi missilistici e nucleari di Teheran, insieme al sostegno ai gruppi arm@ti, rappresentano una «seria min@ccia per la sicurezza globale», ma insistendo sulla necessità di «percorsi diplomatici» e sulla tutela dei civili. Il governo italiano ha espresso «vicinanza alla popolazione civile iraniana» e il ministro Antonio Tajani, pur riconoscendo il ruolo limitato dell’Ue in questa fase, ha confermato che meno di 500 italiani presenti in Iran sono sotto monitoraggio e che esiste un piano per un’eventuale evacuazione verso l’Azerbaigian. Intanto, ambasciate Usa e occidentali nell’area del Golfo hanno attivato misure di emergenza, invitando personale e cittadini a cercare rifugio o a predisporre il «lockdown» delle sedi.​

Israele, il messaggio politico di Netanyahu e la variabile interna iraniana

Sul piano politico, la leadership israeliana tenta di trasformare l’operazione militare in un momento di svolta storica contro il regime di Teheran. Il presidente Isaac Herzog ha ringraziato Trump e il premier Benjamin Netanyahu per una decisione definita «drastica e storica», esprimendo la speranza che apra un «cambiamento storico» per tutto il Medio Oriente, pur avvertendo i cittadini israeliani che «ci attendono giorni difficili».​ Netanyahu, in un videomessaggio, ha presentato il raid come un’azione mirata a rimuovere una «min@ccia esistenziale» e, al tempo stesso, come l’occasione per il «coraggioso popolo iraniano» di «prendere in mano il proprio destino», invitando persiani, curdi, azeri, beluci e ahwazi a liberarsi dalla «tirannia». Un appello che dialoga con figure dell’opposizione in esilio, come lo shah Reza Pahlavi, che in un video parla di «vittoria vicina» e si dice pronto a «ricostruire l’Iran» insieme ai connazionali. Ma questa narrazione, che di fatto auspica un cambio di regime, rischia di rafforzare a breve termine la coesione interna del potere iraniano, mentre la difesa aerea continua a ingaggiare «obiettivi ostili» sopra Teheran e in altre aree del Paese, in un clima di blackout informativo e massima incertezza.​

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