Pochi giorni fa, un 48enne thailandese è stato vittima della sentenza più dura sin dall’introduzione delle leggi contro la diffamazione reale: per aver pubblicamente insultato la monarchia del Paese asiatico infatti, Pongsak Sriboonpeng è stato condannato a scontare 30 anni di detenzione per reato di “lesa maestà”. Il reato, introdotto con la presa di potere del regime dei generali nel 2014, prevede infatti una pena fino a 15 anni di reclusione per ogni singolo capo d’accusa.
Ed avendo parlato male della famiglia reale in 6 post sul social network, Pongsak era stato inizialmente condannato a 60 anni di carcere. Uno per ogni singola pubblicazione. Pena poi ridotta della metà, spiega il suo avvocato, dopo che il 48enne si è dichiarato colpevole dei reati a lui imputati ed ha implorato pietà.
Il re della Thailandia, l’87enne Bhumibol Adulyadej, non è affatto incline al perdono; ma nel caso di Pongask, la corte ha voluto mostrare al suo popolo tutta la magnanimità dell’attuale sistema giudiziario nazionale, dimezzando a “soli” 30 anni il periodo di detenzione che la vittima dovrà ora affrontare per aver parlato male della famiglia reale.
Nonostante ciò, la il verdetto risulta essere il più duro mai sentenziato per un reato simile, tant’è che lo stesso legale dell’uomo-Sasinan Thamnithinan-ha affermato che: “Ha infranto ogni record”. Pongsak Sriboonpeng è comunque in buona compagnia: molti thailandesi sono stati infatti tacciati di insulti al sovrano di recente, e per questo incarcerati.
Gli attivisti del gruppo locale iLaw stimano che le vittime del reato di lesa maesta, dall’ascesa al potere della dittatura militare ad oggi, siano in tutto 56.
Sempre in questa settimana un altro uomo è stato incarcerato per 5 anni per insulti al re, sebbene in questo caso il condannato soffrisse da tempo di problemi mentali. Anche qui la confessione e le suppliche sono state fondamentali per la mitigazione della sentenza, che avrebbe altrimenti previsto una pena detentiva di oltre 10 anni.
La rigidità che regola le applicazioni della lesa maestà è talmente forte e ben radicata, che anche solo citare troppo nel dettaglio le offese in questione dai parte dei media, costituisce di per sé reato. Per questo le stesse fonti di informazione thailandesi sono costrette a pesanti opere di autocensura, per evitare di venire citate-e conseguentemente condannate, con certezza quasi matematica-in tribunale.