Il futuro della Grecia è sempre più un rebus: un rompicapo che l’intricato scenario politico, economico e geografico lungo il quale spazia la vicenda, ha reso particolarmente ostico non solo da risolvere, ma anche solo da comprendere. Per risolvere la crisi, l’Unione Europea aveva proposto alla Grecia di aumentare le tasse per le classi più povere, eliminare le pensioni e applicare rincari al costo dell’energia (secondo quanto denunciato dal Premier Tsipras); proposta gentilmente declinata dal governo greco, che si sarebbe rifiutato di fare carne da macello dei meno abbienti per risanare l’economia.
Ed ora il futuro del Paese è appeso ad un filo. O meglio, a diversi fili, la robustezza dei quali è però tuttora materia di aspre discussioni: uscire dall’UE e tornare alla dracma, o rimanere nell’Eurozona? Putin strizza l’occhio alla prima soluzione, convinto di poter trovare un utile partner politico e commerciale nella povera Grecia vessata dalle potenze occidentali, mentre l’UE-con Angela Merkel in testa-intende scongiurare questa ipotesi.
Ad ogni modo, la questione che tiene banco in questi giorni è quella relativa al referendum riguardante le proposte internazionali rese pubbliche da Jean-Claude Juncker: se vincerà il “Sì”, sarà la sconfitta di Tsipras e della Grecia che resiste, poiché partirà il temutissimo piano anti-sociale che rappresenta poi lo spettro del Premier ellenico, da sempre dichiaratosi contro l’ipotesi di chiedere ulteriori sacrifici al proprio popolo.
Saranno infatti applicati pesanti tagli alle pensioni, alle spese militari e verrà varata una durissima riforma fiscale: ciò richiederebbe ai greci di stringere i denti, e lasciarsi invece andare in altre zone. Eppure ciò che sembra spaventare di più la nazione non è tanto l’ulteriore stangata di austerity, bensì l’uscita dall’Euro: dai sondaggi è infatti emerso che il 74% dei votanti intende rimanere nell’Eurozona, ed il 57% di loro sarebbe disposto a farlo anche a fronte delle pesanti richieste formulate dall’UE.
Richieste che, assicura Tsipras, verranno accettate se l’elettorato dimostrerà di propendere per la soluzione proposta dai creditori internazionali: “Rispetteremo la volontà degli elettori” ha infatti dichiarato il Premier della Grecia, che pur si è sempre pubblicamente contrario alla concretizzazione di questa prospettiva. Non a caso, ha già fatto notare che: “Se vince il no, ed il no è più forte, vi assicuro che il giorno dopo sarò a Bruxelles. La gente non deve preoccuparsi, perché 48 ore dopo il referendum avremo un accordo”.
Dello stesso avviso è anche il ministro delle Finanze Varoufakis: “Che ci sia un sì o un no, un accordo è in vista. Se ci sarà un sì, il governo greco andrà semplicemente a mettere la firma sulla proposta delle istituzioni del 25 Giugno. Se ci sarà un no, posso assicurarvi che in questa settimana di impasse, abbiamo avuto delle proposte molto interessanti da funzionari europei, in modo confidenziale, ed un accordo è più o meno fatto”.
Ora i cittadini della Grecia si interrogano sul proprio futuro, ed avranno due giorni per decidere, prima che arrivi il fatidico momento in cui tutto dovrà essere messo nero su bianco: continuare a resistere alle pressioni dell’Unione Europea e rischiare l’uscita dall’Euro, o ingoiare l’amaro calice ed allinearsi al diktat imposto da Angela Merkel e dalla BCE? Il destino della Grecia, qualunque esso sia, è nelle mani del suo popolo.