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Le due lingue del leader ungherese Orbàn e di Papa Francesco

Nella sua visita in Ungheria, Papa Francesco ha ribadito i valori cristiani di accoglienza e solidarietà che devono caratterizzare l'Europa senza concedere nulla alla pretesa di "difesa identitaria" rivendicata da Orbàn.

Esteri
Pubblicato il 14 settembre 2021, alle ore 11:38

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Le due lingue del leader ungherese Orbàn e di Papa Francesco

Il premier ungherese Orbàn ha rilanciato per primo ieri mattina su Facebook la foto che ritrae il momento della stretta di mano fra lui e Papa Francesco. Dopo la cattiva fama che si è fatto in ambito europeo, farsi fotografare sorridente accanto al Pontefice non può che giovare alla sua immagine e rimetterlo al centro del palcoscenico politico europeo come un attore di primo piano e non come una scomoda comparsa.

Ma Papa Francesco non è propriamente uno sprovveduto ed è perfettamente consapevole dell’uso strumentale a cui si può prestare lo scambio di sorrisi e cortesie che il protocollo esige, tanto più che la diplomazia vaticana, si sa, ha pochi eguali al mondo.

Così, proprio nel cuore di quell’Europa sovranista che è culla di un cristianesimo tentato dalle chiusure, rilancia il vangelo dell’accoglienza e usa termini che non si prestano a interpretazioni di parte: “…la diversità fa sempre un po’ paura perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta, è una grande opportunità per aprire il cuore al messaggio evangelico: amatevi gli uni gli altri”. Perciò è sbagliato rinchiudersi “in una rigida difesa della “nostra cosiddetta identità ma bisogna aprirci all’incontro con l’altro.

L’incontro tra il leader religioso e il leader politico si è svolto a porte chiuse ed è durato una quarantina di minuti. Vi hanno partecipato anche il presidente della Repubblica János Áder e i vertici della segreteria di Stato vaticana. Al termine, e non poteva essere diversamente, la Santa Sede ha definito “cordiale” lo scambio di vedute.

Al centro del colloquio, oltre al ruolo della Chiesa nel Paese, si sono toccati vari temi: della salvaguardia dell’ambiente, alla difesa e promozione della famiglia. Il premier ungherese ha chiesto a Francesco “di non far perire il cristianesimo in Ungheria”.

Poco più tardi, durante l’incontro ecumenico di Bratislava è arrivata la risposta indiretta di Papa Francesco: “È difficile esigere un’Europa più fecondata dal Vangelo senza preoccuparsi che non siamo ancora pienamente uniti tra noi nel continente e senza avere cura gli uni degli altri”.

All’Angelus, con Orbán in prima fila, ha ribadito il concetto: “se il sentimento religioso è la linfa di questa nazione, tanto attaccata alle sue radici, la croce, oltre a invitarci a radicarci bene, innalza ed estende le sue braccia verso tutti: esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; ad attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. Il mio augurio è che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi.

Orbán, che teme che la crisi innescata dalla presa di potere dei talebani in Afghanistan possa riversare ondate di profughi anche nel suo paese, ha detto di voler proteggere l’Ungheria dalla crisi dei migranti, tentando di portare Bergoglio sul terreno della difesa identitaria dell’Europa cristiana.

Ma Papa Francesco ha continuato per la sua strada: “Dobbiamo impegnarci a promuovere insieme una educazione alla fraternità, così che i rigurgiti di odio che vogliono distruggerla non prevalgano“.

Al di là dei formalismi di prammatica, due posizioni che appaiono difficilmente conciliabili.

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Cosa ne pensa l’autore
Lucio Cattaneo

Lucio Cattaneo - Sicuramente il presidente ungherese Orbàn non è tanto ingenuo da illudersi di convincere il Santo Padre a condividere le sue idee in fatto di difesa identitaria e di chiusura ai migranti, ma mostrarsi al mondo come interlocutore di Papa Francesco può avere il valore di un riconoscimento da giocare sul tavolo degli organismi comunitari europei.

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