E’ oramai diventata una celebrità Reem Sahwil, la 14enne palestinese scoppiata in lacrime di fronte al Cancelliere tedesco Angela Merkel, dopo che quest’ultima le aveva impietosamente fatto presente che la Germania non era-né territorialmente, né tantomeno giuridicamente parlando-pronta ad accogliere tutti i rifugiati provenienti dalla Siria, e dalle limitrofe regioni mediorientali.
Un pragmatismo del tutto teutonico, quello della Merkel, che aveva semplicemente ribadito una realtà autoevidente, al di sopra di qualsivoglia accusa di razzismo. Al massimo, il Cancelliere aveva peccato di umana sensibilità, anche questa non esattamente annoverata nel compendio dei pregi del popolo tedesco. Perché la realtà, nuda e cruda, può essere effettivamente difficile da interiorizzare per chi, al trascorrere di sole 14 primavere, ha già dovuto fare i conti con gli orrori della guerra.
Sta di fatto che quelle lacrime hanno sancito la nascita della Reem-icona, in un’epoca in cui il fenomeno mediatico è sempre dietro l’angolo, ed il sensazionalismo è il diktat imperante nella diffusione delle notizie; la discriminante principale che gli editorialisti prendono in considerazione per determinare se un accadimento possa portare visualizzazioni, o sia destinato a mantenersi nell’oblio. E quindi, nell’infruttuosità.
Si tratta dunque di fare scalpore. E quel pianto l’ha fatto, eccome. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che il quotidiano Die Welt Am Sonntag abbia deciso di battere il ferro finché era ancora caldo, provvedendo ad intervistare la giovane palestinese per cavalcare l’onda del suo successo mediatico.
D’altronde, in questa paradossale epoca in cui il culto del click regna sovrano, vivere della luce riflessa dalle meteore può rendere molto di più che attingere fotoni dal Sole (allegoria delle notizie da prima pagina, che fanno la fortuna unicamente dei quotidiani di primissima fascia; tutti quegli altri, figli di un dio minore, s’arrabattano per tendere alla pagnotta come possono).
Il fulcro dell’intervista, anche qui si tratta d’estrapolare necessariamente ciò che può far vendere beninteso, è stato identificato in una precisa frase di Reem. Un’esternazione troppo succosa, per non farne l’epicentro di tutto quanto il resto: “La mia speranza è che prima o poi Israele sparisca, e che esista solo la Palestina”.
Dichiarazioni sin troppo semplici da strumentalizzare, come già era stato fatto per quelle fatidiche lacrime. E nell’esercizio s’è subito fiondata la famigerata testata Il Giornale, che ha visto la luce nel 1974 grazie al mai abbastanza compianto Indro “Schizogene” Montanelli. Per poi precipitare nelle torbide acque della propaganda di regime dopo la silurazione del leggendario giornalista (reo di aver voluto seguire l’etica professionale, senza cedere ai ricatti di Berlusconi).
Da lì il passaggio al traghettatore Feltri, non un nome a caso per intenderci, ed una lunga lista di co-protagonisti alla direzione. Fino ad arrivare all’odierno Sallusti. Ed alla macchietta. Addentrandoci nel caso speficico tale Sergio Rame, quest’oggi, ha voluto anch’egli cavalcare l’onda del successo di Reem. Ovviamente, seguendo diligentemente la grottesca linea editoriale promossa dai vertici del quotidiano.
Citando testualmente l’individuo: “E’ bastato ascoltare cosa pensa la giovane palestinese su Israele e più in generale sull’Occidente ha aperto gli occhi a buonisti e progressisti che l’hanno a lungo difesa”. Lasciamo perdere la mestierantistica sintassi, ed il ripudio dei criteri della punteggiatura, c’è di peggio (può sembrare difficile da credere, ma è così): mi riferisco al concetto che traspare da queste parole.
Il figuro sostiene la tesi secondo cui Reem sia apparsa come una vittima agli occhi del mondo, di fronte all’inflessibile pragmatismo della Merkel, salvo poi “svelare la sua vera natura”. Cosa preconizzata già dal titolo dell’articolo: “Il vero volto della palestinese che pianse davanti alla Merkel: “Spero che Israele sparisca””. La giovane palestinese avrebbe insomma fatto la vittima, salvo poi rivelarsi come chissà quale immonda creatura.
Cambiamo argomento per un attimo, catapultandoci dall’altra parte della barricata. Sempre oggi, si è parlato del rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, secondo il quale Israele ha commesso crimini di guerra contro i cittadini della Palestina: per la precisione, secondo le stime ONU, si sarebbe arrivati alle 1462 vittime civili palestinesi. I civili israeliani uccisi? Sei.
Accuse ribadite da Amnesty International, forte di nutrita ed incontrovertibile documentazione (ed è davvero parecchia): raid aerei e terrestri contro i civili, e varie opere di sterminio premeditato da parte degli israeliani lungo tutta la striscia di Gaza. Azioni che proseguono oramai da anni. Per citare un caso nella moltitudine, a Ramallah-ad inizio del mese-un 17enne palestinese ha colpito un veicolo militare con un sasso, nei pressi di un check point.
Dalla jeep blindata sono scesi tre soldati, è partita la caccia: inseguimento, raffiche alla schiena. L’ufficiale più alto in grado si è poi avvicinato al giovane morente, solo per prenderlo a calci. Il tutto documentato dal video di una telecamera a circuito chiuso.
Torniamo a Reem, e (ahinoi) a Rame. Cosa dire di una 14enne che-stando a questa situazione, sull’onda emotiva di ciò che sta accadendo oramai da decenni-desidera la scomparsa dei propri aguzzini? Sergio Rame, in proposito, ha le idee ben chiare.
L’utilità di avere una linea editoriale.