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La Cina espelle tredici giornalisti americani

La rivalità tra Washington e Pecchino non cessa neppure al tempo del coronavirus, anzi si acutizza sposandosi anche sul piano mediatico: è di mercoledì l'annuncio della Cina dell'imminente espulsione di tredici giornalisti americani

Esteri
Pubblicato il 18 marzo 2020, alle ore 16:08

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La Cina espelle tredici giornalisti americani

Neppure l’epidemia del coronavirus riesce a stemperare la tensione tra Stati Uniti e Cina. Al contrario, la aggrava su nuovi fronti, dal diplomatico, con la diatriba sull’origine della malattia, al mediatico, con la decisione del regime autoritario di Pechino di espellere tutti i giornalisti americani del New York Times, Washington Post e Wall Street Journal.

In totale, sono tredici i corrispondenti colpiti da questa misura: non possono continuare a lavorare e devono restituire le credenziali entro dieci giorni. Il motivo è una vendetta: Pecchino ripaga la Casa Bianca con la stessa moneta e si vendica per aver definito cinque emittenti statati cinesi “missioni straniere, in base alla considerazione del fatto che sono al servizio del Partito Comunista.

Facendo esattamente la stessa cosa, la Cina ha dichiarato i tre quotidiani citati, la rivista Time e la radio Voice of America “agenti al servizio degli USA“, nonostante tutti tranne l’ultimo siano giornali privati e indipendenti. Nel comunicato emesso allo scoccare della mezzanotte, il ministero degli Esteri cinese ha sottolineato che si tratta di “misure assolutamente necessarie e reciproche che la Cina si è vista costretta a prendere in risposta all’irrazionale oppressione che i media cinesi stanno vivendo negli Stati Uniti. Sono legittime”.

Non manca di accusare Washington di avere “una mentalità da Guerra Fredda e pregiudizi ideologici che hanno danneggiato seriamente la reputazione e l’immagine dei media cinesi”. La decisione è di una durezza senza precedenti, per il numero di giornalisti coinvolti e perché, oltre a revocare le loro tessere, gli impedisce di lavorare anche a Hong Kong e Macao, due antiche colonie autonome che godono di maggiori libertà rispetto al resto del paese.

Il club della stampa estera (Fccc), non riconosciuto da Pechino, ha condannato la decisione perché i due paesi usano la stampa come pedina. “La Cina sta manifestamente usando i suoi poteri nel tentativo di influenzare le notizie internazionali, punendo coloro che pubblicano informazioni che le autorità considerano sfavorevoli o vogliono tenere nascoste“, si legge in una dichiarazione ufficiale del Fccc, secondo il quale l’82% dei giornalisti stranieri ha dichiarato di aver subito interferenze, molestie e persino violenza durante il suo lavoro in Cina, il 70% si è lamentato della cancellazione di interviste per ordine delle autorità, il 25% ha denunciato pressioni sulle loro fonti e il 51% riferisce di esser stato ostacolato dalla polizia o da funzionari del governo.

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Cosa ne pensa l’autore
Rita Piras

Rita Piras - L’espulsione di questi giornalisti peggiora le già critiche relazioni tra le due superpotenze, che si affrontano in una interminabile guerra commerciale e tecnologica. Mancava solo che si facessero le ripicche facendone pagare le spese a questi giornalisti che cercano di fare il loro lavoro con grande difficoltà visto che il governo di Pecchino, che considera i mezzi di comunicazione un mero strumento di propaganda, impone una rigida censura su tutti gli articoli contro il regime di Xi Jinping.

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