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Iran, sospesa l’esecuzione del ricercatore svedese accusato di spionaggio

L'Iran ha sospeso l'esecuzione della pena di morte di Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore svedese che teneva lezioni di medicina di emergenza, accusato di spionaggio

Esteri
Pubblicato il 16 dicembre 2020, alle ore 12:59

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Iran, sospesa l’esecuzione del ricercatore svedese accusato di spionaggio

L’esecuzione del ricercatore irano-svedese Ahmadreza Djalali, condannato a morte in Iran con l’accusa di spionaggio, è stata posticipata di alcuni giorni per decisione delle autorità locali. Secondo Amnesty International, il trasferimento del medico al penitenziario di Karaj per l’esecuzione della pena di morte previsto per martedì non ha avuto luogo. L’ufficio per l’attuazione delle sentenze ha comunicato che “è arrivato un ordine superiore secondo il quale per i prossimi giorni l’esecuzione è sospesa”.

Djalali, medico e ricercatore in Medicina dei disastri e assistenza umanitaria, si recava spesso in Iran per tenere seminari e impartire lezioni in qualità di esperto di medicina di emergenza. Anche nell’aprile del 2016 il suo viaggio a Teheran avrebbe dovuto essere semplicemente un viaggio di lavoro e dopo qualche settimana avrebbe dovuto fare ritorno a Stoccolma dove risiede e lavora. Ma sono trascorsi quattro anni da quando il medico è stato arrestato dal servizio di intelligence iraniano.

Lo accusano di aver trasmesso informazioni al Mossad, l’agenzia di intelligence di Israele. Informazioni per le quali due scienziati nucleari iraniani sarebbero stati uccisi. Lo hanno condannato a morte. Il suo avvocato sostiene che Ahmadreza Djalali ha confessato… dopo esser stato barbaramente torturato. Il 24 ottobre scorso, Djalali è stato messo in isolamento nel carcere di Evin, uno dei più grandi dell’Iran, dove si trovano la maggior parte dei prigionieri politici. Il 1 dicembre, il medico ha chiamato la sua famiglia; era debole e disperato: lo avrebbero mandato nel braccio della morte.

Ahmadreza è un ricercatore molto rispettato in Svezia. Studiava il modo per rendere gli ospedali luoghi più sicuri e preparati nelle situazioni di emergenza. Ha dedicato la sua desi di dottorato al popolo dell’Iran: “Per le persone morte e colpite dai disastri, nel mondo e soprattutto al popolo della città di Bam in Iran”, si legge nella prima pagina. Nel 2003, un terremoto uccise più di 26.000 persone a Bam.

Nel 2017, 75 vincitori del premio Nobel hanno redatto una lettera aperta alle autorità iraniane chiedendo l’immediata liberazione di Ahmadreza Djalali. Due settimane fa, altri 150 insigniti del prestigioso premio hanno scritto al leader supremo Alí Jamenei, chiedendo di intervenire e liberare Djalali. Il mese scorso, Amnesty International ha chiesto l’annullamento dell’esecuzione e la ministra degli Esteri della Svezia ha avanzato la stessa richiesta alla sua omologa iraniana. Ma Iran ha respinto gli appelli e ha chiesto la “non interferenza”.

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Cosa ne pensa l’autore
Rita Piras

Rita Piras - In dottore con doppia cittadinanza che voleva salvare vite e fare il modo di evitare altri disastri non avrebbe certo pensato che il suo dottorato in medicina delle emergenze potesse condurlo direttamente nel braccio della morte. E purtroppo non è l'unico. La lista di stranieri con doppia cittadinanza che l'Iran ha arrestato è lunga. E le accuse sono spessoi infondate. Diverse organizzazioni per i diritti umani accusano Teheran di usarli come pedine per ottenere delle concessioni da altri governi.

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