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Insegnante inglese scopre amara verità dietro match nato su Tinder

Dai media britannici giunge una storia triste e drammatica, avente per protagonista una 44enne insegnante di Canterbury, presa in giro per più di un anno da un uomo che non era chi diceva di essere. Ecco l'amaro epilogo della vicenda.

Esteri
Pubblicato il 28 febbraio 2017, alle ore 17:39

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Insegnante inglese scopre amara verità dietro match nato su Tinder

Si dice spesso che Internet accorci le distanze, permettendo di riallacciare vecchi rapporti, o di crearne altri che, diversamente, non sarebbe stato possibile intrecciare. A volte, però, questa facoltà “socializzatrice” della Grande Rete può anche serbare degli inganni, e far soffrire molto: proprio come successo ad Anne Rowe, una 44enne insegnante inglese, rimasta vittima di un tipico episodio di “catfish”.

Il “catfish” è un termine tipico dell’epoca digitale, utilizzato per indicare il comportamento di quelle persone che, grazie ai social network, ed alle app, si dotano di false identità, al fine di approfittarsi degli altri, in particolarmente nelle liaison d’amore. Esattamente quello che, secondo i media inglesi, sarebbe successo – nei mesi scorsi – ad Anne Rowe, una timida insegnante di sostegno residente a Canterbury, la famosa cittadina del Kent nota per la sua cattedrale.

La storia che la vede protagonista è iniziata nel 2015, sui canali telematici della dating app “Tinder”, ove le persone possono scegliersi dopo aver swippato un bel po’ di profili: in quel periodo, uno dei match garantiti dall’app mise in comunicazione la 44enne Anne con “Antony” Ray, un prestante (a giudicare dalla foto) neo divorziato (da 15 mesi) che viveva poco lontano, nella City di Londra, mentre gli anziani genitori si prendevano cura dei figli in una casettina di campagna, che sorgeva nella località termale di Harrogate (Yorkshire).

Dopo circa tre mesi, conditi di SMS e telefonate, le chat su WhatsApp avevano a tal punto serrato il legame tra i due, che questi ultimi decisero di incontrarsi, a Canterbury: inutile dirlo, fu un vero e proprio colpo di fulmine. Per Anne. Da allora si susseguirono diversi incontri, ma mai con cadenze serrate: d’altronde Antony, queste le sue spiegazioni, lavorava per l’aviazione, partiva spesso, e – quanto tornava – capitava che passasse il week-end con i pargoli.

E poi, v’era da dire che il rampante Don Giovanni era davvero bravo nell’intortarsi Anne, rassicurandola a suon di promesse di matrimonio, e chiamandola spesso “la signora Ray”, “moglie”, oltre ad “amore e anima della mia vita”. Il tempo passa, la relazione raggiunge il clou con l’uomo che, diverse volte, dorme a casa della donna e, poi, a 6 mesi dal primo incontro, inizia uno strano periodo di allontanamento, dapprima giustificato con impegni di lavoro, poi con il bisogno di riposarsi, e – quindi – con le lacrimevoli scuse del dover accudire la madre malata, e i figli.

Ancora una volta, Anne si insospettisce, ed ancora una volta “Antony” la tranquillizza, con il solito assortimento di attenuanti da giovane padre single. Per un po’, Anne lascia correre, giusto il tempo di mettere assieme i suoi sospetti, che – dopo 14 mesi – la portano a volerci veder chiaro: assolda, quindi, un detective privato, che le svela l’arcano motivo di tante stranezze.

L’uomo non è quello che diceva di essere: non si chiamava Antony, era sposato, e conduceva una doppia vita: accanto a numero di telefono e profilo Facebook reali, aveva anche tutto un assortimento telematico finalizzato alle scappatelle: un profilo finto su Facebook, con la foto di un attore indiano che gli somigliava, un account apposito su Skype e sulla posta elettronica, un numero ad hoc per le relazioni e, dulcis in fundo, era ancora iscritto su Tinder, ove continuava a propinare le medesime falsità anche ad altre donne.

Lì per lì Anne ha deciso di interpellare la polizia, ma si è sentita dire che non esistevano leggi che punissero un tale comportamento, così è arrivato il momento della depressione, e della paura, per aver messo la sua vita in mano ad un perfetto sconosciuto: le sono occorsi diversi mesi di terapia psicologica per riprendersi e, ora, Anne è determinata ad ottenere che il Parlamento di Sua Maestà legiferi sull’argomento, per impedire che ci si possano creare false identità per turlupinare i soggetti più deboli e indifesi. A tale scopo, è stata anche lanciata una petizione online che, oltre a far pressione sui deputati londinesi, ha anche l’obiettivo di sensibilizzare e mettere in guardia le persone contro il drammatico ed odioso fenomeno del “catfish”.

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Cosa ne pensa l’autore
Fabrizio Ferrara

Fabrizio Ferrara - Sarebbe troppo facile dire che la povera Anne, l'insegnante protagonista di questa storia, è stata molto ingenua: quando si è soli, con poca malizia sui pericoli del web, può capitare di abbassare la guardia, e lasciarsi guidare dai buoni sentimenti, vedendo negli altri solo quel che si vorrebbe vedere. E tacitando i dubbi legittimi che bisognerebbe porsi, ed omettendo incongruenze che, invece, una persona esterna avrebbe facilmente notato: per questo motivo, bisogna aprire gli occhi sul web, strutturare una forte rete sociale reale attorno a se stessi, e ricordare che Internet - dopo tutto - è solo un grande "palcoscenico".

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Commenti
Chiara Lanzini
Chiara Lanzini

01 marzo 2017 - 08:18:55

Le truffe sentimentali fanno comprendere come per solitudine e non conoscenza dei meccanismi del web ci si possa rovinare economicamente. Una signora italiana ha dato 70.000 euro al suo fidanzato, mai visto...

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