Un Tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google, due colossi del web, a risarcire una giovane ragazza di venti anni per dipendenza da social network e per aver causato problemi di ordine mentale. La ragazza in questione, Kaley G.M., aveva denunciato Google, proprietaria di canali YouTube, e Meta, padrone di Instagram, di aver sviluppato in lei una dipendenza tale da causare depressione e pensieri di gesti estremi.
Un problema che sottolinea ancora una volta come i social network possono comportare problemi per la salute mentale dei più giovani e grane legali per le piattaforme. Piattaforme che, secondo il Tribunale americano, avrebbero progettato i loro siti con servizi capaci di catturare l’attenzione degli utenti e renderli succubi di tali siti, fino a generare in loro dipendenza patologica. Un po’ come succede con con gli stupefacenti, con l’alcool e con il gioco d’azzardo. La giovane ha infatti sostenuto di essere stata esposta fin da bambina a meccanismi social che hanno favorito la dipendenza, senza che le aziende avvisassero dei rischi connessi all’uso dei canali virtuali.
Quella americana è una sentenza storica che potrebbe creare un precedente, sottoponendo le piattaforme social a una raffica di cause penali promosse da genitori, scuole, associazioni dei cittadini e strutture sanitarie che si occupano di dipendenze e disturbi psicologici, alimentando una bagarre nelle aule dei tribunali. Non è un caso che altre aziende coinvolte nel procedimento penale, come TikTok e Snapchat, abbiano preferito accordarsi con la parte civile prima dell’inizio del processo.
La sentenza arriva in un clima di pressione sulle Big Tech per la tutela dei minori messe in atto da diverse nazioni. Sono infatti venti gli Stati americani che finora hanno introdotto leggi per limitare l’uso dei social tra i più giovani. Stesso discorso in Europa. La Spagna ha annunciato l’intenzione di vietare l’uso dei canali social ai minori di sedici anni. La Francia ha approvato un disegno di legge per bloccare i social ai minori di quindici. Mentre in Australia esistono già divieti simili per i minori che a forza di collegarsi al web finiscono per perdere il contatto con la realtà, confondendo il mondo virtuale con quello reale, fino a gesti brutali messi in atto solo per postare tutto sui propri profili e ottenere like, cuoricini e approvazione.
Resta il fatto che il verdetto di Los Angeles è un avviso ai colossi del web che grazie a queste forme di soggiogazione incassano milioni di euro. Un ricavato prodotto senza preoccuparsi delle conseguenze sulla salute mentale di giovani ma anche di adulti, con il capo chino su piattaforme come Facebook, Instagram, Tik Tok, Twitter e altri siti che diffondono contenuti inutili e diseducativi. Un passaggio che potrebbe aprire la strada a una nuova stagione di regolamentazione delle piattaforme digitali.