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Cina: cittadini mussulmani obbligati a installare uno spyware di Stato

In genere, sono le istituzioni a tutelare la privacy dall'attacco degli spyware: ciò non avviene in Cina, dove le autorità hanno intimato agli abitanti di una regione autonoma a maggioranza mussulmana di installare sui propri device uno spyware di Stato.

Esteri
Pubblicato il 25 luglio 2017, alle ore 13:36

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Cina: cittadini mussulmani obbligati a installare uno spyware di Stato

Molto spesso ci si preoccupa dell’eventualità che, a seguito di un attacco hacker, possa essere compromessa la sicurezza del proprio terminale mobile (e, con essa, la privacy personale) attraverso, magari, l’installazione di qualche spyware. Di solito, contro evenienze simili, è lo Stato (o le istituzioni) a tutelare il cittadino: con l’eccezione di quanto avviene in Cina, dove è proprio l’autorità nazionale a richiedere l’installazione di un malware di spionaggio

L’episodio in questione è stato denunciato qualche giorno fa, ai media internazionali, da un’attivista dell’Osservatorio sui Diritti Umani (Human Right Watch), tale Maya Wang, che ha reso noto come la Cina abbia pensato di proteggere la sicurezza pubblica, costringendo gli abitanti della regione di Xinjiang ad installare uno spyware sui propri smartphone, con severe punizioni per chi non ottemperasse alla richiesta.

Xinjiang è una regione cinese situata al confine col Tibet, ed abitata dagli Uiguri, una popolazione di derivazione turca, a maggioranza mussulmana, e con una forte vocazione indipendentistica: temendo fenomeni di estremismo religioso, e di vero e proprio terrorismo separatista, le autorità di Pechino – già a Marzo – avevano proibito – alle donne – di indossare il velo e – agli uomini – di farsi crescere la barba

Non ritenendo sufficienti le misure in oggetto, gli esponenti del Politburo asiatico hanno approvato una misura che richiede ai cittadini della regione, e della capitale Urumqi in particolare, attraverso una notifica apparsa sul noto messenger locale WeChat, di installare un programma di controllo sui propri smartphone. Il programma, scaricato dopo la scansione di un codice QR, identifica ogni utente, comunicando ai server del governo centrale informazioni quali le reti Wi-Fi cui ci si collega, gli estremi della SIM, ed il codice IMEI del cellulare, e procede ad un vero e proprio spionaggio di stato, visto che è in grado di spiare le conversazioni su WeChat e Weibo (il Twitter cinese), ed è capace anche di scovare, nella memoria del device, la presenza di materiale, foto, video, documenti, etc, che Pechino – in base a un suo indice – ritiene illegale o pericoloso.

In caso di riscontro positivo, l’app richiederebbe ai titolari dello smartphone di procedere alla rimozione del contenuto incriminato, minacciando sanzioni sia nel caso la domanda non fosse ottemperata, sia nell’eventualità che i controlli delle forze dell’ordine ravvisino che si è eliminata (o mai installata) l’app di controllo succitata: nello specifico, la sanzione comminata, in frangenti simili, ammonta a 10 giorni di carcere

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Cosa ne pensa l’autore
Fabrizio Ferrara

Fabrizio Ferrara - Personalmente, non sono affatto stupito di quanto sta accadendo in quella regione separatista della Cina: Pechino ha sempre dimostrato di vigilare al massimo sull'uso che i suoi cittadino fanno dei nuovi messa media, e l'istituzione di un grande firewall nazionale, con censura integrata, ce lo ricorda spesso. Normale, quindi, che - in una nazione poco avvezza al rispetto della privacy - si pensi di mantenere l'ordine pubblico, e l'unità nazionale, attraverso la restrizione delle idee che circolano.

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