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Biden e l’inferno afghano, quando il rimedio è peggiore del male

Con gli attentati di Kabul, l'America ha incassato un colpo che può rivelarsi mortale per Biden. Non solo perché tra le vittime vi sono anche soldati americani, ma anche perché ha messo in evidenza che l'America non ha più una politica estera credibile.

Esteri
Pubblicato il 27 agosto 2021, alle ore 17:27

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Biden e l’inferno afghano, quando il rimedio è peggiore del male

Di fronte all’orrore degli attentati di Kabul e allo sgomento per le tante vittime innocenti, un presidente degli Stati Uniti d’America che, rivolgendosi alla nazione, non trova di meglio da dire che “non dimenticheremo, ve la faremo pagare” appare quantomeno deludente per non dire inadeguato.

Davanti al mondo intero il presidente Biden, l’uomo più potente della terra, è apparso in evidente difficoltà e ha mostrato di accusare il colpo e vacillare come non era mai accaduto all’establishment d’oltre oceano neanche ai tempi del ritiro dal Vietnam.

Pur ribadendo le ragioni che lo hanno indotto a ritirare le truppe americane dallo scenario afghano, ritiro che ha spalancato le porte ai talebani e non solo a loro sprofondando il paese nel caos e nel baratro dell’integralismo islamico, è innegabile che Biden con questa operazione si è giocato molto del suo carisma, ammesso che ne abbia mai avuto.

L’immagine che ha dato di sé è l’immagine di un perdente, quella di un vecchio fragile, affranto, sulla difensiva, nient’affatto sicuro di quello che intende fare una volta completato il ritiro dei militari e del ruolo che la grande America vuole svolgere, d’ora in avanti, sullo scacchiere internazionale.

La stessa promessa di vendetta nei confronti degli attentatori è abbastanza scontata e in qualche modo obbligata, visto che negli attentati sono morti anche degli americani, ma ha tutta l’aria di una minaccia spuntata e non sarà sufficiente a sedare il malcontento crescente dell’opinione pubblica. Tutt’al più può avere l’effetto di riaccendere in alcune frange quell’amor patrio un po’ revanscista che, di solito, è l’ultima arma a disposizione per ricompattare un paese da parte di che ne detiene le sorti.

Se l’11 settembre 2001 è ancora ben presente nella memoria collettiva americana, lo stesso non si può dire delle motivazioni che, in conseguenza di quell’evento, portarono gli Stati Uniti e i loro alleati a occupare militarmente l’Afghanistan e a restarvi impantanati per vent’anni.

Tra l’altro, pur con tutte le migliori intenzioni e con un apparato di intelligence, militare e tecnologico a disposizione che è ancora il più efficiente del mondo, non sarà per niente facile “farla pagare” ai terroristi che hanno provocato le stragi, come promette il presidente americano. Anzitutto, per punire i colpevoli occorre prima riuscire a individuarli, cosa tutt’altro che facile perché richiede la capacità di discriminare all’interno della complessa galassia dell’integralismo islamico, perennemente attraversata da conflitti interni di potere, i buoni dai cattivi o, per meglio dire, i cattivi dai cattivissimi.

Quel che appare certo è che l’America è a un bivio: non potrà più decidere da sola le sorti del mondo come ha preteso di fare nel passato, ma sarà anche costretta a rivedere la sua politica estera perché la scelta trumpiana, che anche il democratico Biden ha fatto propria, dell’America First, non è più sufficiente per governare le complesse dinamiche di un mondo in subbuglio.

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Cosa ne pensa l’autore
Lucio Cattaneo

Lucio Cattaneo - L'amministrazione americana è in difficoltà e questo è evidente. Non si aspettava certo che il ritiro dall'Afghanistan sarebbe stata una passeggiata, ma neanche che si sarebbe dimostrato un disastro umanitario prima ancora che politico dalle dimensioni planetarie. Ora l'America dovrà scegliere perché una politica estera di chiusura autarchica rispetto al resto del mondo non è più proponibile.

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Commenti
Fabrizio Ferrara
Fabrizio Ferrara

30 agosto 2021 - 18:39:09

Si arrangino: non hanno lottato loro per i loro diritti e dovremmo farlo noi?

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