Molto distante dall’immagine stereotipata di figli di famiglie povere radicalizzati nelle scuole coraniche, gli jihadisti che hanno ucciso 20 ostaggi nel ristorante di Dacca, capitale del Bangladesh, erano “ragazzi istruiti, di famiglie benestanti“, ha dichiarato il ministro degli Interni, Asaduzzaman Khan. Tra i cinque attentatori uccisi dalla polizia, c’è anche un laureato in una prestigiosa università privata, uno studente di un’altra scuola elitaria del Bangladesh e il figlio di un dirigente politico.
L’ultima volta che Meer Sameh Mobasheer ha visto la sua famiglia era il 29 febbraio scorso: giorno in cui il giovane universitario è uscito di casa per andare a lezione, senza mai fare ritorno. Da allora, la sua famiglia ha immaginato ogni possibile motivo della sua scomparsa, persino che potesse essere stato reclutato dagli islamisti.
Sabato, quando lo Stato Islamico ha pubblicato le foto degli autori dell’attentato, purtroppo la peggiore delle loro ipotesi si è trasformata in realtà: “Chiedo perdono al mondo intero per il comportamento di mio figlio”, ha detto il padre del giovane, alto dirigente di una compagnia straniera di telecomunicazioni. La partecipazione di Mobasheer e dei suoi compagni alla strage di venerdì scorso ha sorpreso l’intero paese, per via del loro profilo: erano giovani istruiti e di buona famiglia, studiavano in scuole private, erano sportivi e inseriti in un ottimo contesto sociale.
Nelle foto pubblicate dall’Isis, tutti i giovani appaiono sorridenti con un fucile in mano e sullo sfondo una bandiera nera. Per il momento non è chiaro quale sia stato l’apporto dello Stato Islamico nella preparazione di questo attentato. La sua presenza nel paese non è una novità, in precedenza, infatti, lo Stato Islamico ha rivendicato altri attacchi, ma il governo del Bangladesh nega il legame con l’Isis e attribuisce la strage ad attentatori appartenenenti al uno gruppo terrorista locale Jamaat-ul-Muyahidin, una formazione illegale sorta un decennio fa.