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Pensioni, la legge Fornero fa ancora paura: perché serve una nuova riforma prima del 2022

Sulle pensioni continuano a manifestarsi gli effetti imprevisti della legge Fornero. Senza un intervento di flessibilità molti lavoratori saranno costretti ad attendere fino a 5 anni in più nel prossimo anno.

Economia e Finanza
Pubblicato il 7 aprile 2021, alle ore 10:52

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Pensioni, la legge Fornero fa ancora paura: perché serve una nuova riforma prima del 2022

Sulle pensioni si continua a temere l’arrivo di un nuovo scalone a partire dal 2022, che potrebbe costare fino a 5 anni in più di lavoro per molti cittadini. È l’effetto del ripristino della legge Fornero, calmierata con diverse misure sperimentali in scadenza al prossimo 31 dicembre 2021. Entro tale data terminerà infatti la quota 100, che permette l’uscita dal lavoro a partire dai 62 anni di età e con 38 anni di versamenti (senza penalizzazioni).

Ma in attesa di un eventuale rinnovo ci sono anche meccanismi di prepensionamento come l’Ape sociale e l’opzione donna, che permettono di fruire di tutele importanti davanti a situazioni di disagio lavorative in età avanzate. Sul punto il governo non sembra al momento disposto ad esporsi. La riforma del settore previdenziale non viene considerata come prioritaria, stante la necessità di intervenire sul welfare per garantire nuovi meccanismi di contrasto alla crisi generata dal Coronavirus.

Riforma pensioni: l’incognita del ripristino dei requisiti previsti con la legge Fornero

A rendere la situazione complicata c’è il potenziale ripristino dei requisiti ordinari previsti con la riforma del 2011. L’accesso alla pensione di vecchiaia viene infatti garantito a partire dai 67 anni di età e con almeno 20 anni di versamenti, mentre l’anticipata della Fornero richiede almeno 42 anni e 10 mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne).

Per molti lavoratori si tratta di parametri eccessivamente rigidi. Sull’uscita di vecchiaia pesa la necessità di dover raggiungere i 67 anni di età, mentre per i lavoratori precoci risulta eccessiva la richiesta di quasi 43 anni di versamenti al fine di ottenere le tutele dell’Inps. Tra le ultime ipotesi discusse negli scorsi mesi c’è la quota 102, che potrebbe garantire il pensionamento a partire dai 64 anni di età e con almeno 38 anni di versamenti

Ma la vera quadra per i sindacati potrà essere trovata solo garantendo un meccanismo di uscita per tutti a partire dai 62 anni di età, oppure con la quota 41 per i lavoratori precoci. La distanza resta ancora molta e sullo sfondo permane anche il problema del reperimento delle risorse utili a garantire l’agognata riforma delle pensioni entro la fine dell’anno corrente.

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Cosa ne pensa l’autore
Stefano Calicchio

Stefano Calicchio - La progressiva adozione del sistema contributivo puro rende anacronistici molti paletti e vincoli di natura anagrafica o contributiva per l’accesso alla pensione. Con questo meccanismo di calcolo si riceverà come assegno pensionistico semplicemente quanto si è versato. Purtroppo il sistema previdenziale funziona secondo il meccanismo di ripartizione, pertanto l’equilibrio dei conti non può essere raggiunto solamente tenendo conto di questo principio.

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