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Pensioni, ecco cosa accade all’importo dell’assegno se si perdono 5 anni di versamenti

Secondo le proiezioni dei tecnici, perdere 5 anni di lavoro all’interno del sistema contributivo puro può portare ad un taglio del 10% sul futuro assegno.

Economia e Finanza
Pubblicato il 28 novembre 2019, alle ore 09:23

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Pensioni, ecco cosa accade all’importo dell’assegno se si perdono 5 anni di versamenti

Il tema delle pensioni continua a restare al centro dei riflettori e del dibattito pubblico. Nelle scorse ore ha fatto molto discutere l’ultimo report dell’Ocse intitolato “Pensions at a glance”, nel quale è stato chiesto di innalzare l’età di accesso all’Inps per rendere maggiormente sostenibile il sistema pubblico. Ma, tra le pieghe delle riforme pensionistiche, non desta preoccupazione solo la questione anagrafica.

Anche l’importo dei futuri assegni (e del tasso di sostituzione rispetto all’ultimo stipendio percepito) è finito sotto la lente di ingrandimento dei tecnici internazionali. Quest’ultimi evidenziano l’importanza di avere una lunga carriera di versamenti per chi si trova a fare i conti con il sistema contributivo puro, pena il rischio di maturare un assegno insufficiente durante la vecchiaia.

In tal senso, l’Ocse ha infatti calcolato quello che potrebbe essere il riverbero di un buco contributivo corrispondente ad appena 5 anni lungo tutta la carriera lavorativa. Uno scenario che non è certamente difficile da immaginare, visti i possibili cambi di lavoro e lo stop dovuto ad eventuali maternità o al lavoro di cura in famiglia.

Pensioni, come potrebbe cambiare l’assegno con un buco nei versamenti di 5 anni

Stante quanto appena riportato, nella situazione evidenziata il lavoratore si troverebbe a confrontarsi con un assegno più basso del 10% rispetto a quanto non avrebbe percepito con una carriera continuativa. Il dato desta certamente preoccupazione, considerando che sono gli stessi tecnici internazionali ad evidenziare come inusuale una carriera ininterrotta fino alla maturazione dei requisiti di accesso all’Inps.

Oltre a ciò, l’Ocse suggerisce anche che nei prossimi anni i rischi di subire buchi contributivi potrebbe aumentare in virtù delle peculiari caratteristiche di funzionamento del mercato del lavoro. D’altra parte, la questione degli assegni calcolati secondo il sistema contributivo puro non è certo nuova.

Da tempo i sindacati chiedono di istituire un assegno di garanzia, mentre ancora oggi il problema è al centro delle discussioni e dei tavoli attualmente in corso con l’esecutivo. Una seconda soluzione, integrabile con la prima, dovrebbe poi prevedere il rilancio della previdenza complementare, che per funzionare richiede però necessariamente la destinazione del TFR per i lavoratori dipendenti o in alternativa la presenza di un reddito da lavoro tale da consentire la possibilità di effettuare accantonamenti a scopo previdenziale per i lavoratori autonomi.

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Cosa ne pensa l’autore
Stefano Calicchio

Stefano Calicchio - La questione dell’entità dei futuri assegni pensionistici appare problematica soprattutto per coloro che risultano inseriti all'interno del cosiddetto sistema contributivo puro. Quest’ultimo prevede infatti di applicare coefficienti di conversione in rendita pensati per restituire semplicemente quanto si è accantonato nel corso degli anni, senza possibili integrazioni al minimo. Appare quindi chiaro che la futura pensione di chi ha avuto una carriera discontinua potrebbe risultare insufficiente durante la vecchiaia.

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