Il 23 luglio scorso, al consiglio dei capi di governo dell’Unione, si è presa, tra le altre, la decisione di ammettere ufficialmente la Lituania nella zona euro con il cambio irrevocabile di 3,4528 litas per un euro. Sembrerebbe un’assurdità in tempi di crisi dell’eurozona dovuta alla crisi dei debiti sovrani, ma il piccolo paese baltico, nonostante un’opinione pubblica incerta sull’argomento, ha deciso di seguire l’esempio dei suoi due vicini, Lettonia ed Estonia, andando a completare l’allargamento della zona euro a tutte le repubbliche baltiche un tempo parte dell’Unione Sovietica. La motivazione principale sembra proprio la volontà politica di allontanarsi il più possibile dalla sfera di influenza della Russia, soprattutto in seguito alle recenti vicende in Ucraina, paese verso cui la Russia continua ad avere mire di comando.
Con la Lituania diventano così 19 i paesi ufficialmente parte di eurolandia a cui si devono aggiungere i 4 microstati con accordi specifici (Andorra, Monaco, San Marino e Vaticano) e i due paesi che hanno adottato l’euro unilateralmente (Kosovo e Montenegro) per un totale di 25 paesi europei.
Pochi sanno che con il raggiungimento di 19 membri ufficiali cambierà il meccanismo di votazione all’interno della BCE (la Banca Centrale Europea) che dal primo gennaio 2015 non avrà più all’interno del proprio comitato decisionale un rappresentante per paese, ma attuerà un meccanismo di rotazione. La Germania per esempio o la Francia o l’Italia potrebbero quindi per un certo periodo non avere più voce in capitolo su certe decisioni prese dalla BCE e questo spaventa molto i falchi della Bundesbank tedesca. Del resto, tuttavia, un simile meccanismo fu pensato in quanto sarebbe impossibile dare spazio ad un numero crescente di paesi mantenendo per ciascuno una posizione nel comitato decisionale. Sono i pro e i contro della cessione di sovranità e del condividere le scelte con altri paesi, concetti base dell’integrazione europea.
Accettata la Lituania mancano all’appello comunque ancora dei pesi massimi come la Gran Bretagna (che ha comunque una clausola di opt-out), la Polonia e la Romania. Di questi tre grandi paesi, in termini di popolazione, solo la Romania ha per ora fissato una data target (1 gennaio 2019) mentre come detto la Gran Bretagna non è obbligata ad aderire all’euro e la Polonia si mostra per ora al quanto euroscettica ed attendista, in linea con le vicine Repubblica Ceca e Ungheria. All’appello mancano inoltre la Danimarca (altro paese con una clausola di opt-out), la Svezia, la Bulgaria e la Croazia, appena entra nell’Unione il 1 luglio 2013.