Niente più velo in classe. E’ questa la direttiva scattata giovedì scorso nell’Istituto Statale di Istruzione Superiore Malignani, una scuola della bassa friulana con una folta rappresentanza di studenti di religione musulmana. La circolare è stata diffusa in tutto in sei istituti del polo Malignani. L’intento dichiarato del preside è quello di evitare il moltiplicarsi di episodi di razzismo tra ragazzi di culture differenti, dopo che uno studente straniero era stato aggredito e picchiato da un italiano, dopo essere stato ripetutamente apostrofato con insulti razzisti. Il giovane se l’è cavata con una prognosi di una settimana, ma per Aldo Duri, preside dell’istituto, quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: “Essendo la scuola italiana laica e indifferente al credo professato dagli allievi e dalle loro famiglie, non sarà accettata da nessuno l’ostentazione e l’esibizione, specialmente se imposta, dei segni esteriori della propria confessione religiosa perché essa, in fin dei conti, può essere colta come una provocazione e suscitare reazioni di ostracismo, disprezzo o rifiuto. Tale è, ad esempio, il fazzoletto o velo che copre talvolta i capelli e parte del viso delle ragazze musulmane”.
Questa la motivazione addotta dal dirigente scolastico, che continua “E’ una decisione preventiva, legata a degli episodi che non vogliamo prendano piede. Episodi violenti che mi hanno preoccupato e che non si erano mai verificati”. Per il preside del Malignani, la colpa è da ricercare nella delicatissima situazione geopolitica attuale, e nell’intensificarsi del fenomeno del terrorista-popstar che appare sui telegiornali a reti unificate; accompagnando quotidianamente le mattinate degli italiani ora con il taglio di quella testa o quell’altra, ora con una nuova minaccia all’Occidente, ora improvvisandosi foriero di chissà quale improbabile castigo divino. Tra un aereo che si schianta a Taiwan, e la nuova fiamma della Marrone. Subito smentita, tutto come da copione.
In realtà per gli studenti, che ormai si guardano con sospetto, inevitabilmente toccati da quella psicosi collettiva che porta a discriminare (inconsciamente o meno) tutto ciò che rischia di figurare come arabofilo, le conseguenze sociali stanno diventando un problema serio. E continuare a marcare ed ostentare le differenze tra due o più culture (il velo, o lo hijab che dir si voglia, è solo uno degli esempi più lampanti ed immediati) può risultare effettivamente controproducente; non si tratta affatto, pertanto, di costringere a negare (o peggio, a rinnegare) la propria identità culturale, quanto piuttosto di un audace tentativo di creare una nuova coscienza comune, al di là delle differenze che intercorrono tra due o più esseri umani (marginali, e non necessariamente pertinenti) e nella quale tutti possano identificarsi senza distinzioni. Perché l’ideologia, qualunque ideologia, al di là della sua fuorviante definizione originale di “scienza delle percezioni”, ha ben poco di scientifico, a partire dagli inesistenti criteri metodologici.
Parallelamente infatti, lo stesso preside ha affermato che “Per i più ottusi, per gli ostinati, per gli incorreggibili ci sarà inevitabilmente la repressione”. Traduzione: chi continuerà a promuovere atteggiamenti di stampo razzista, verrà cacciato dalla scuola senza appello. Perché la chiave per ovviare a questa situazione è appunto l’azzerare le differenze, ed il mostrare che qualsiasi credo sia necessariamente subordinato alla pacifica convivenza; che le regole della fratellanza e dell’uguaglianza vengono sempre prima di qualsiasi norma religiosa.