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Tartufi provenienti da Molise e Croazia spacciati per piemontesi

Per tradizione e qualità i tartufi piemontesi sono considerati come i più pregiati in assoluto, e quindi anche più cari. Questo ha portato a mentire sulla provenienza di molti tartufi presenti sul mercato nazionale

Cronaca
Pubblicato il 28 febbraio 2014, alle ore 11:14

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Tartufi provenienti da Molise e Croazia spacciati per piemontesi

Dopo lo scandalo dei tartufi scaduti arriva adesso anche quello dei tartufi taroccati. Scoperto un traffico illecito di tartufi. Qualche giorno fa, grazie alle indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Alba e dalla Polizia ambientale e forestale già a partire dal 2011, sono scattatte diverse denunce per frode in commercio e violazione tributarie a causa della commercializzazione, in tutta Italia, di tartufi croati, slovacchi e del Sud Italia (del Molise soprattutto) spacciati per prelibati tartufi bianchi piemontesi, nel caso in questione per “Tuber magnatum pico“.

Senza nulla togliere agli altri tartufi, di cui nessuno contesta la bontà, è noto a tutti che i tartufi piemontesi, specie quelli della zona di Alba, delle Langhe e dell’Astigiano, sono i più prelibati in assoluto e quindi anche i più cari. A fare insospettire le autorità e a far pensare ad una ipotetica truffa anche l’assenza dell’etichetta obbligatoria per legge che deve riportare il nome del prodotto e la sua provenienza.

Sabato si è tenuta la prima udienza che è stata dopo aggiornata al 21 marzo, quando verranno sentiti i primi testimoni. Indagati sono ben 14 commercianti all’ingrosso (tra cui Flavio Bordizzo, Raffaele D’Addio, Albina Chiavarino, Ugo Cauda, Emanuela Robaldo, Rosanna Valle, Davide Curzietti, Franco Canta), che avrebbero venduto chili e chili di questi tartufi a privati e ristoranti, ma l’inchiesta potrebbe allargarsi ancora ad altri commercianti. 5 millioni di euro è il valore del giro di affari illegale. Teoricamente, per la legge, scrivere su una fattura la dicitura “Tartufo Bianco d’Alba” serve ad indicare la qualità del prodotto, non la provenienza geografica, quindi fino a qui nulla di illecito; ma le persone coinvolte nell’inchiesta sono accusate di aver garantito verbalmente l’origine piemontese ai loro clienti e questo elemento potrebbe allora far cambiare tutto. Per l’accusa dunque è di fondamentale importanza la testimonianza dei compratori.

Questa truffa ha sollevato nuovamente un grosso problema, ad oggi non risolto: l’assenza in Italia di una legge che obblighi la tracciabilità del tartufo italiano; finquando essa mancherà queste truffe continueranno ad esserci. A causa di questa mancanza di regolamentazione si stima che almeno il 60% dei tartufi venduti ogni anno abbiano diciture fasulle.

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