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Padova: "Ricoveratemi o la uccido". Dimesso dopo tre settimane, uccide la moglie e si toglie la vita

Aveva espresso ripetute volte pensieri di omicidio-suicidio, ma i medici hanno deciso di rimandarlo a casa. Dopo aver ucciso la moglie ed essersi tolto la vita, i figli dei coniugi continuano la loro battaglia legale.

Cronaca
Pubblicato il 4 marzo 2019, alle ore 10:58

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Padova: "Ricoveratemi o la uccido". Dimesso dopo tre settimane, uccide la moglie e si toglie la vita

Un dramma che risale al gennaio 2014, quando Pietro Zaramella, un 80enne di Montagnana, in provincia di Padova, ha chiamato il 118 richiedendo un intervento immediato. L’uomo era sicuro che avrebbe presto ucciso la moglie invalida, Edda Rossetto, se fosse rimasto ancora al suo fianco ed ha così chiesto ai medici un ricovero in ospedale. Dopo tre settimane, però. i medici decidono di dimetterlo poichè dichiarato migliorato ma, ad una settimana dal suo ritorno a casa, Zaramella uccide la moglie e si impicca.

Per questa drammatica vicenda, due psichiatri dell’Uls 6 sono stati scritti nel registro degli indagati. I figli dei due coniugi hanno voluto combattere per quella tragedia, cercando di capire le vere responsabilità dei medici che avevano in cura il padre. Dei due specialisti indagati, la posizione di uno venne archiviata e, dopo poco più di tre anni, anche il secondo psichiatra venne assolto. I figli di Edda e Pietro però, non si arrendono. E’ di questi giorni la notizia che il caso è stato riaperto a seguito di una causa civile contro l’Uls 6.

Il caso

Pietro Zaramella, 82 anni, aveva più volte chiesto aiuto, esausto dal dover accudire da solo la moglie invalida al 100%. Per questo motivo, ha chiamato disperato il 118 chiedendo un loro intervento immediato nel quale ha riferito il suo timore di uccidere la moglie per poi farla finita. Il 6 gennaio 2014, Pietro viene ricoverato presso la struttura ospedaliera.

Il 28 gennaio, a sole tre settimane dal ricovero, i medici dell’Uls decidono di rimandare a casa l’uomo, poichè lo consideravano nettamente migliorato e pronto per ritornare a casa dalla moglie malata.
Il 4 febbraio, ad una settimana dalle dimissioni dall’ospedale, l’uomo chiama le forze dell’ordine e confessa l’omicidio della moglie: “L’ho ammazzata perchè invalida e nessuno me la riconosce. L’ho ammazzata ed ora mi ammazzo anche io“. Subito dopo, l’uomo si è diretto nel deposito degli attrezzi e si è impiccato.

Nonostante i due psichiatri dell’Uls siano stati assolti da ogni accusa, i figli dei due coniugi hanno fatto riaprire il caso, a 5 anni dalla vicenda. In sede civile, infatti, hanno fatto causa all’Uls 6, richiedendo un risarcimento danni di oltre 2 milioni di euro. Tra la documentazione presentata dai figli c’è un referto che attesta i problemi psicologici del padre e la sua sofferenza e due consulenze mediche in cui si afferma che l’omicidio-suicidio del 2014 si sarebbe potuto evitare con una rete di supporto a tutela dei coniugi. Zaramella, infatti, aveva fatto richiesta ad una struttura sanitaria per poter trasferire la moglie malata, ma la risposta non è mai arrivata.

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Cosa ne pensa l’autore
Marta Lorenzon

Marta Lorenzon - Una storia terribile che dimostra l'ennesimo caso di abbandono, non solo di anziani, ma anche degli ammalati. Purtroppo non è la prima volta che si sente parlare di ammalati lasciati alle cure della famiglia, cure che spesso diventano insostenibili per loro e che causano depressione o che portano a commettere gesti folli, come questo.

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