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Milano

Milano, caporalato alla Straberry. I migranti accusano: "Non potevamo neanche bere"

Uno dei braccianti dell'azienda Straberry di Milano, accusata di caporalato, racconta le condizioni terribili di soprusi, sfruttamento con cui lavoravano i migranti. Ecco le sue parole e i terribili insulti che ricevevano.

Cronaca
Pubblicato il 31 agosto 2020, alle ore 14:37

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Milano, caporalato alla Straberry. I migranti accusano: "Non potevamo neanche bere"

La Straberry, l’azienda agricola di Casa de’ Pecchi, nei pressi di Milano, è balzata agli onori della cronaca per una accusa di caporalato, ovvero sfruttamento dei migranti nella raccolta di fragole. Oggi, uno dei braccianti che sono stati schiavizzati, racconta a Fanpage.it, le terribili condizioni in cui lavoravano, l’igiene dei locali e molto altro. Ecco le sue parole in merito e cosa sta succedendo nel dettaglio. 

Le vessazioni, gli insulti razzisti sono solo alcuni degli epiteti con cui un centinaio di braccianti venivano classificati dall’azienda agricola Straberry. Sono alcune delle accuse mosse da una serie di persone, ben sette per la precisione, tra cui Guglielmo Stagno d’Alcontres, il fondatore della start up che è nota soprattutto per la produzione di frutti di bosco. 

Gli stessi dipendenti, la maggior parte di origine africana, raccontano che ogni giorno ricevevano insulti, epiteti terribili, oltre a una paga da fame lavorando anche più di 9 ore al giorno, oltre a lavorare senza nessuna misura di sicurezza dal momento che guanti e mascherine non erano consentiti. Trascorrevano ore a lavorare sotto il sole senza pause per bere o andare ai servizi. 

I braccianti lavoravano in condizioni pessime con uno stipendio pari a 4.50 € l’ora, con contratti irregolari e buste paga completamente inesistenti. La procura di Milano, in seguito a tutte queste irregolarità, ha deciso di aprire una indagine per l’accusa di caporalato, ovvero sfruttamento dei braccianti.

Uno dei migranti racconta in questo modo la sua esperienza all’interno dell’azienda stessa: “Non ci permettevano di bere, non ci davano né mascherine né guanti. Era l’inferno”. Per loro era assolutamente una possibilità, un modo per farcela. Ora ringraziano il governo per averli regolarizzati permettendogli di vivere dignitosamente e non essere trattati come schiavi, ma persone. 

Una start up che ha ricevuto anche svariati premi e onorificenze dal momento che per due anni consecutivi ha ottenuto il premio Oscar Green da Coldiretti per il rispetto dell’ambiente, l’energia rinnovabile e anche il modo di produzione dell’azienda stessa. La guardia di finanza, venuta sapere di queste irregolarità, ha deciso di sequestrare l’azienda. 

Gli stessi sindacati chiedono di non congelare gli ordini, ma di proseguire, proprio per non creare ulteriori danni agli stessi lavoratori che ora sono regolarizzati. 

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Cosa ne pensa l’autore
Simona Bernini

Simona Bernini - Mi chiedo come si faccia a trattare in questo modo delle persone che vogliono, proprio come ognuno di noi, lavorare in maniera onesta e seria. Come ha fatto la Coldiretti a premiare questa azienda agricola considerando tutto il marciume che nascondeva. Non si è sincerata delle condizioni dei lavoratori, di come venivano trattati e del loro sfruttamento. Una storia che fa rabbrividire. Oggi sono finalmente regolarizzati e possono lavorare onestamente senza soprusi.

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