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La socialità ai tempi del lockdown

Finita l'emergenza coronavirus, quando il Covid 19 sarà meno minaccioso torneremo alla nostra vita di prima? Cosa cambierà nei nostri rapporti? Riflessioni che tutti, in questo momento facciamo

Cronaca
Pubblicato il 8 aprile 2020, alle ore 17:32

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La socialità ai tempi del lockdown

Questo prolungato periodo di lockdown, di chiusura in casa, ci costringe inevitabilmente a ripensare alla nostra vita, alle nostre priorità, alle nostre abitudini.

Continueremo a fare lo stesso lavoro di prima del Covid-19? Ci stringeremo ancora la mano?
Andremo ancora nei luoghi affollati? Sarà tutto come prima?

Non credo. Quando usciremo da questa crisi, il mondo sarà diverso. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo le persone in tutto il mondo stanno sostanzialmente ripensando il modo di lavorare, di fare acquisti, di viaggiare e di incontrarsi. Questa forzata pausa sta costringendo le persone a riesaminare radicalmente il loro modello di vita: questa drammatica crisi, sanitaria prima che economica, costringe tutti a guardarsi allo specchio.

La permanenza a casa sta facendo emergere la vera natura di ciascuno di noi. La parte migliore, e anche quella peggiore. Alcuni stanno riscoprendo la semplicità della vita e degli affetti, altri la difficoltà di continuare la vita di prima. Ciascuno sta percorrendo, più velocemente, la propria
strada.

I problemi sociali

Si registrano notizie, sempre più numerose, dei problemi sociali che scaturiscono dalla convivenza forzata. La situazione attuale avrà conseguenze rilevanti su ansietà, depressione e instabilità di molte persone. Ciò non va sottovalutato e occorre prepararsi, soprattutto alla luce della circostanza che gli scienziati indicano che prima di un anno non sarà trovato il vaccino.

Gli esperti avvertono che quando le pandemie finiscono, e prima o poi anche questa finirà,
generalmente lasciano spazio a un’altra emergenza, quella dei problemi mentali: le conseguenze
sulla psiche di massa dopo un forzato periodo di lockdown e di crisi sanitaria sono rilevanti.

In un momento di profonda paura e incertezza le persone sono costrette a fare a meno di contatti umani tranquillizzanti: abbracci, baci sulle guance, strette di mano e altri riti sociali che ora sono visti come “pericolosi”. Chi soffre di ansia o di disturbi ossessivo-compulsivi è in difficoltà. Gli anziani, già esclusi dalla maggior parte della vita sociale, sono costretti a mantenere ancor più le distanze, perché sono i più deboli di fronte al virus. E ciò amplifica la loro solitudine.

Stanno aumentando, purtroppo, gli episodi di violenza domestica. In Cina, nostro precursore
nell’affrontare questo terribile virus, nel periodo di quarantena si è registrato, purtroppo, l’aumento dei femminicidi. Inoltre, una lunga quarantena lascia cicatrici: a Wuhan si è registrato l’aumento esponenziale delle separazioni, accompagnato da problemi di agorafobia. Insomma, un dramma sociale.

La socialità ai tempi del lockdown

La stretta di mano

Tra le conseguenze più evidenti del virus nei rapporti sociali, ve n’è una particolarmente simbolica: non ci si stringe più la mano.

La stretta di mano è un gesto semplice, quasi automatico, oltre che antico: primi esempi di cui si abbia conoscenza risalgono a quasi tremila anni fa. È anche un gesto simbolico: rappresenta da sempre una condizione di fiducia e mutualità.

La pratica della stretta di mano – che in greco antico si chiama dexiosis (“darsi la mano destra”) – è con ogni probabilità legata a un’iniziale diffidenza tra le persone. Porgere la propria con cui – nella maggior parte dei casi – usualmente si impugnava un’arma, serviva a mostrare che non si avevano cattive intenzioni.

Dall’antica Grecia la stretta di mano si diffuse in altre culture, in particolare in quella romana,
continuando nella maggior parte dei casi a rappresentare connessione, rispetto e alleanza tra
persone che potevano essere coniugi, politici, amici, religiosi o soldati. Passando per il Medioevo, nel Diciassettesimo secolo fu rivitalizzata dai quaccheri, gli appartenenti al movimento religioso interno al puritanesimo che iniziarono a usarla ritenendolo un gesto più semplice e egualitario rispetto al levarsi il cappello. Successivamente nel diciannovesimo secolo la stretta di mano iniziò a essere codificata da chi si occupava di buone maniere e cerimoniali e già nel 1877, in piena età vittoriana, uscì una guida che consigliava come stringere mani senza troppa foga.

Marco Greggio

Il prossimo modo di salutare?

Finito il lockdown torneremo a stringerci ancora la mano?

Difficile, quanto meno per un po’ di tempo. Già da molto prima del Covid-19 giravano articoli e
prese di posizione contro la stretta di mano in quanto anti-igienica e quindi, a suo modo,
potenzialmente pericolosa. Uno studio dell’Università del Colorado aveva calcolato, per esempio, che su una mano umana ci fossero in media più di tremila batteri, di 150 diverse specie.

Probabilmente saremo costretti a cambiare le nostre abitudini e salutarci in modo diverso,
scegliendo uno dei modi in voga nelle altre culture.

Vanno esclusi, perché implicano contatti troppo ravvicinati, i due o tre baci generalmente usati tra amici in Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Serbia e Ucraina, così come il saluto tradizionale dei Maori della Nuova Zelanda, che prevede che si premano allo stesso tempo naso e fronte contro quelli dell’altra persona, condividendone il respiro vitale (e quindi l’anima). Risulta anche difficile il saluto, proposto da alcuni, toccandosi i piedi e così l’inchino giapponese: in Giappone il rei – un inchino che è allo stesso tempo saluto, ringraziamento e obbligo sociale – assume diverse declinazioni, ciascuna con i rispettivi angoli e durate (l’eshaku, di 15 gradi, è usato per i saluti informali e per congratularsi; il keirei, di 30 gradi, è riservato a chi si trova in un gradino più alto della scala sociale, come il proprio capo; il saikeirei, un inchino a 45 gradi, si usa di fronte a personalità come l’imperatore, o per farsi perdonare di una grave mancanza). Troppo complicato per la nostra cultura.

Più facile il saluto fatto mettendosi la mano destra sul cuore oppure il saluto vulcaniano di Star
Trek (tra l’altro di origine ebraica), o ancora il gesto – diffuso in Cina – in cui si mette il palmo della propria mano sulle nocche dell’altra.

Ma tra tutti, se proprio non possiamo stringerci la mano, sarebbe preferibile il namasté indiano, in cui a unirsi sono le due mani di una stessa persona, mentre si fa un piccolo inchino. Letteralmente vuol dire “Mi inchino alle qualità divine che sono in te” o ancora “Lo spirito che è in me riconosce lo spirito che è in te”. È un gesto profondo ed evocativo, pensiamoci.

Anche se, francamente, però, non vedo l’ora di tornare a stringere le mani dei miei conoscenti e
soprattutto di riabbracciare gli amici: perché vorrà dire che questo incubo è finito.

Articolo redatto dal rinomato Avv. Marco Greggio

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