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Milano

La cascina Pirola di Cassina de Pecchi è sotto sequestro per l’accusa di caporalato

Una azienda agricola di Cassina de Pecchi è finita sotto sequestro a causa dell'accusa di caporalato in quanto i dipendenti erano costretti a lavorare in condizioni disumane e terribili. Ecco come si sono svolti i fatti e cosa è stato scoperto.

Cronaca
Pubblicato il 27 agosto 2020, alle ore 16:28

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La cascina Pirola di Cassina de Pecchi è sotto sequestro per l’accusa di caporalato

Sono sempre di più le aziende che sfruttano i propri dipendenti, soprattutto se migranti, facendoli lavorare duramente e con metodi di lavoro, non sempre leciti. Uno sfruttamento che va incontro a varie difficoltà degli stessi dipendenti. Un esempio di caporalato e di sfruttamento è accaduto presso la Cascina Pirola di Cassina de Pecchi. Ecco come si sono svolti i fatti. 

L’azienda agricola Cascina Pirola di Cassina de Pecchi è poco conosciuto ai media, ma chi vive in quelle zone sa benissimo cosa sia. Qui si produce la vendita a chilometro a zero, in particolare delle fragole della ditta. I finanzieri del comando provinciale di Milano e della Compagnia di Gorgonzola hanno verificato che i metodi di lavoro non rispettano pienamente le norme del luogo. 

In base alle informazioni che i finanzieri hanno raccolto, l’azienda è accusata di caporalato, quindi di sfruttamento verso i suoi stessi dipendenti. Proprio per questa ragione, i militari capitanati da Giacomo Curachi hanno messo sotto sequestro la cascina su ordinanza del pm Gianfranco Gallo che è stato accolto immediatamente dall’ufficio del Gip. 

Nel decreto di sequestro della Cascina Pirola rientrano 53 immobili, compreso anche terreni e fabbricati, 25 veicoli strumentali, compreso anche tre conti correnti. In base a quanto riferiscono i finanzieri, si tratta di un vero e proprio sfruttamento illecito del lavoro agricolo che coinvolge più di 100 dipendenti, la maggior parte dei quali di origine africana. 

Parlando con gli stessi dipendenti, sono emerse diverse anomalie sia riguardo l‘assunzione che la retribuzione dei dipendenti, oltre a gravi violazioni delle norme lavorative. I lavoratori erano obbligati a lavorare almeno 9 ore al giorno con uno stipendio di circa 4.50 € all’ora, inferiore a quella prevista che avrebbe dovuto essere tra i 7.20 € e gli 8 €. Oltre alla violazione di queste norme, se ne aggiungono anche altre riguardanti le condizioni d’impiego dei braccianti e gli sforzi fisici. 

Sono già partite sette denunce che hanno coinvolto alcuni amministratori, sorveglianti, impiegati amministrativi, ecc. All’interno, i finanzieri hanno potuto appurare anche le scarse condizioni d’igiene e di sicurezza dove lavoravano. Nel frattempo, l’azienda non rilascia dichiarazioni e ha già incaricato un legale di fiducia per occuparsi del caso. 

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Cosa ne pensa l’autore
Simona Bernini

Simona Bernini - Il caporalato è una delle realtà e paghe maggiormente difficili del nostro paese. Sono diversi i braccianti, i migranti che, per sfamare la famiglia, subiscono sfruttamento che li porta a vivere in condizioni d'igiene e sottopagati nel modo peggiore possibile. Credo sia ora di dire basta a questo sfruttamento e porre un freno. Non si possono sfruttare in questo modo delle persone che chiedono soltanto di lavorare in maniera onesta come tutti.

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