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Intercettato Totò Riina: Borsellino azionò da sè la sua bomba

Intercettato in carcere sulla strage di via D'amelio, "il telecomando era nel citofono della madre"; la confidenza shock del padrino ad un altro boss in carcere. Indagano i pm di Caltanisetta

Cronaca
Pubblicato il 20 marzo 2014, alle ore 15:21

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Intercettato Totò Riina: Borsellino azionò da sè la sua bomba

In una calda domenica di luglio palermitano, un figlio va a trovare l’anziana madre. Senza saperlo, mentre spinge col dito il vecchio citofono, innesca l’inferno che distrugge la sua vita e quella di altre cinque persone che lo proteggono. Fa tremare la città e la nostra fragile democrazia. Il mostro dell’attentato di via D’amelio, l’attentato famoso che il 19 luglio 1992 ha ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta, non ci ha mai abbandonato , tanto che negli ultimi giorni è arrivato l’ultimo colpo di scena. Anzi per meglio dire il “colpo di genio” perchè così lo ha definito il capo dei capi Totò Riina, intercettato mentre parlava con Alberto Lorusso, criminale pugliese che col capomafia di Corleone ha condiviso per mesi l’ora d’aria al carcere di Opera.

In una delle loro misteriose conversazioni, lo scorso agosto, il capo dei capi avrebbe detto che il telecomando usato per  la strage di Cosa Nostra sarebbe stato piazzato dentro il citofono del palazzo della madre del magistrato. Quelle parole intercettate sono state subito trasmesse ai pm di Caltanisetta che hanno riaperto le indagini sul caso.

Le lunghe chiaccherate in libertà con Lorusso da mesi allarmano gli investigatori, colpiti dal fatto che i boss si vantano delle loro azioni criminali. Ma adesso per la prima volta dopo 22 anni, sembra fornire particolari inediti e si attribuisce il merito dell’organizzazione di un attentato, spietato e molto complicato. I clan avrebbero piazzato nel citofono una piccola trasmittente da attivare a distanza, che avrebbe poi dato l’impulso ad un ricevitore piazzato vicino all’ordigno e fatto scattare il detonatore. Più semplicemente all’arrivo di Borsellino sotto casa, qualcuno avrebbe fatto scattare il congegno e il suono del citofono avrebbe fatto saltare in aria la 126 riempita di tritolo parcheggiata vicino al cancello. Il boss non dice chi abbia dato l’ultimo impulso a da sempre poco si sa del telecomando: neanche gli ultimi due pentiti, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno mai saputo dire chi avesse davvero in mano il congegno elettronico al momento del botto.

L’ultima confessione di Riina avrebbe fatto riaprire scenari terribili, confermando che dietro tanta violenza c’è un personaggio esterno a Cosa Nostra, la figura dotata di importanti competenze tecnologiche che Spatuzza avrebbe visto il giorno prima dell’attentato. La storia non convince tutti, infatti qualche investigatore pensa che sia solo una cosa inventata da una mente di un vecchio malato. Per il momento però c’è solo da esplorare i passaggi tecnici spiegati dal boss.

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