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Ex camorrista scrive dal carcere: “attenti ragazzi, la camorra fa schifo”

Sottoposto al regime del carcere duro, previsto dall’art. 41 bis O.P., e di recente divenuto collaboratore di giustizia, cosi Bruno Buttone scrive al PM antimafia Giovanni Conzo: "solo adesso ho compreso il dissesto che il sistema ha prodotto nella scala di valori umani"

Cronaca
Pubblicato il 23 marzo 2014, alle ore 17:39

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Ex camorrista scrive dal carcere: “attenti ragazzi, la camorra fa schifo”

Caserta: il pentito di camorra Bruno Buttone, passato a collaborare con la giustizia nel 2012 dopo aver raccontato le sue verità nei processi in corso contro i suoi ex amici, dalla cella dell’istituto di pena in cui e ristretto scrive direttamente al PM antimafia usando parole che sembrano venire da un uomo diverso da quello che era: un camorrista. Parole estranee ai fatti processuali ma che fanno comunque scalpore. A volte il regime del carcere duro previsto dalla legge emanata dopo le stragi di Mafia degli anni 90 è criticato aspramente, a volte osannato come indispensabile arma per combattere le associazioni criminali che rappresentano profonde metastasi della nostra società.

In un modo o nell’altro l’ex capozona di Marcianise è sottoposto a questo regime penitenziario e stando al peso delle sue scritture sembra un uomo ritrovato: «Ho messo su una sorta di riflessioni che vorrei tanto far conoscere alle persone che vivono di camorra cercando di far capire loro che lo Stato e le istituzioni ti danno una seconda possibilità (..) sappiate, ragazzi, che la camorra fa schifo». Oggi l’uomo che di camorra viveva, sembra voler uscire da quell’esistenza buia, è considerato uno di quei collaboratori che si tengono lontani dalle ombre e dalle bugie che non raramente accompagnano queste figure processuali, almeno per ora la giustizia lo ritiene un pentito che segue la verità. Cosi Buttone si rivolge al PM Antimafia Giovanni Conzo, al quale questa volta invece di “parlare”, scrive: «Sono diventato l’esatto contrario di ciò che mi ero prefissato di diventare nella mia vita – scrive il pentito – per anni sono stato convinto che la causa scatenante della mia adesione al crimine fosse stata l’improvvisa scomparsa di mio fratello. Sono cosciente solo adesso del dissesto che la camorra ha prodotto nella scala di valori umani».

Il contenuto delle due pagine è invaso di parole di odio nei confronti dei camorristi, descrive un suo travaglio psicologico, fa trapelare messaggi di profonda rivisitazione della sua umanità, la speranza è che non si tratti di sole parole. Che sia merito del regime del carcere duro o di una spinta proveniente da altre fonti sociali o interiori, per ora si raccolgono con favore i segnali del suo cambiamento, augurandosi che siano un monito per i giovani che quotidianamente vivono con le mafie troppo vicine alle porte di casa

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