Droga in carcere nascosta in una crema corpo

La polizia penitenziaria del carcere partenopeo di Secondigliano ha impedito che dell'hashish, nascosta in una confezione di crema per il corpo, arrivasse ai detenuti. L'operazione ha visto anche il coinvolgimento dell'unità cinofila di Benevento

Droga in carcere nascosta in una crema corpo

La popolazione carceraria è composta in gran parte da detenuti tossicodipendenti ed è per questo che vengono escogitate le modalità più colorite per far arrivare loro la droga in carcere dall’esterno. L’ultimo tentativo in ordine di tempo è avvenuto nel carcere napoletano di Secondigliano, ad opera di persone, di cui ancora non sono note le generalità, che avevano nascosto delle stecche di hashish all’interno di una crema per il corpo. Gli scrupolosi controlli che la polizia penitenziaria effettua sia sui visitatori che sulla merce in entrata (compresi generi di vario tipo, tra cui appunto prodotti per la cura del corpo, portati da amici e familiari ai detenuti) ha permesso di scoprire l’illecito. Gli uomini della polizia penitenziaria hanno potuto avvalersi di un aiuto speciale, ovvero di Umea, un bellissimo esemplare di pastore tedesco grigione che, oltre a segnalare agli agenti l’hashish presente nella crema, ha permesso anche il ritrovamento di altre droghe  nelle celle di alcuni detenuti. Come ha affermato Ciro Auricchio, il segretario regionale della Ugl Campania Polizia Penitenziaria, l’operazione è stata resa possibile da una efficiente collaborazione tra dipartimenti, in questo caso tra gli agenti della Sezione colloqui dell’ufficio di Polizia giudiziaria ed i cani antidroga, egregiamente rappresentati da Umea, della Sezione cinofila di Benevento.

Questo avvenimento porta alla luce un problema scottante delle nostre carceri, ovvero la loro permeabilità all’ingresso di droga. Le modalità con cui avviene sono tra le più disparate. In un processo avvenuto a Prato nell’ottobre del 2012, a carico di Abderrahmane Boudegzdame accusato di spaccio all’interno del carcere della Dogaia, ne è emersa una alquanto insolita. In quel caso lo spacciatore nordafricano riceveva la droga dalla moglie, l’italiana Maria Antonietta Fiore. La donna nascondeva le sostanze stupefacenti nella vagina e durante il colloquio era lesta nell’estrarla e cederla al compagno che, a sua volta, la nascondeva nel retto per poi espellerla in cella. Benché la sala colloqui sia sotto stretta osservazione gli incontri tra i detenuti ed i loro visitatori avvengono a tavoli senza divisori per cui gli agenti della polizia penitenziaria, nonostante il loro impegno nell’impedire che ciò avvenga, considerano questa la principale via d’entrata della droga nelle nostre carceri.

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