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Gente comune tra i pedofili, le vittime adescate su WhatsApp e Skype

Una rete di pedofili è stata annientata dalla Polizia di Udine. Adescavano le proprie vittime sui moderni social network, tra gli orchi semplici operai, impiegati e studenti. Sequestri e denunce fanno piazza pulita di un "copione" tristemente conosciuto

Cronaca
Pubblicato il 10 aprile 2014, alle ore 07:41

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Gente comune tra i pedofili, le vittime adescate su WhatsApp e Skype

Ancora pedofili, ancora in rete e questa volta siamo sulle piattaforme di WhatsApp Messenger e Skype, gli orchi nascosti tra la gente “comune”, ma tra loro ci sono impiegati, operai e studenti, tutti denunciati per aver adescato minori sul web. Le bambine avvicinate, dopo esser state contattate in rete venivano convinte ad inviare filmati e foto con contenuti erotici, tra loro una 12enne strappata dalla perversione di un cinquantenne appena in tempo.

L’uomo è risultato recidivo con precedenti penali per tentata violenza sessuale, la collaborazione della ragazzina ha permesso alla Polizia Postale di Udine di venire a capo e di scardinare questa ennesima rete di pedofili che agivano sul web utilizzando i comuni software di messaggistica istantanea. Il sistema adoperato dal 50enne non è di certo nuovo ma purtroppo si mostra efficace: l’uomo è riuscito ad avvicinare la vittima su “Netlog” spacciandosi per un adolescente, cosi si è fatto strada ed ha ottenuto la sua fiducia fingendo di condividere interessi. La tecnica è sempre la stessa, dopo la fiducia la conversazione deriva sempre su temi a sfondo sessuale. Il suo primo obiettivo stava per essere raggiunto: avere un incontro con lei.

Il provvidenziale intervento delle forze dell’ordine ha impedito l’incontro mentre le successive indagini hanno premesso di accertare che in quattro mesi la ragazzina aveva scambiato almeno duemila contatti con la rete dei pedofili dai quali ha ottenuto almeno sei ricariche telefoniche.

Diverse le province italiane interessate, senza distinzione tra nord e sud, del resto, questa piaga non ha territorialità come non ha appartenenza ad un ceto sociale preciso. Si macchiano di questo aberrante reato persone ricche e povere, di buona famiglia come gente in povertà. Di certo alle spalle di questi individui ci sono storie di disadattamento sociale e di gravi devianze comportamentali. Spesso sono questi stessi carnefici a chiedere aiuto per uscire dal tunnel, ma spesso accade con tardiva accettazione della propria patologia.

In questo caso la rete di criminali era costituita da una vera e propria community, i cui affiliati, adescate le vittime minorenni, condividevano tra loro i dati del contatto. Un accerchiamento dal quale difficilmente ci si salva in tempo. Le indagini sono partite da circa un anno, in seguito alla denuncia dei genitori di una vittima 12enne e sono state coordinate dal Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia online di Roma unitamente alla Sezione della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Udine. Sotto sequestro è finita un’ingente quantità di materiale informatico tra cui computer, hard disk e altri supporti di archiviazione dati.

Le persone denunciate per lo più hanno un’età tra i 29 e i 54 anni, non mancano tuttavia due ultra sessantacinquenni e quattro recidivi per lo stesso tipo di reati. Ciò non rappresenta altro che il fallimento attuale del nostro sistema di prevenzione dei reati, anche quando questi interessano crimini che hanno come vittime i più deboli e indifesi dei cittadini. Un ruolo importante può certamente svolgerlo la famiglia, ma quando si incappa in un recidivo le colpe vanno di certo ricercate (anche) altrove.

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