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Coltivare la cannabis in casa non è più reato: c’è la sentenza ma manca la legge

La Cassazione ribalta il concetto fissato dalla Consulta, con una sentenza in cui precisa che coltivare la cannabis tra le mure di casa per uso personale e teraupetico non è reato, ma manca la normativa parlamentare.

Cronaca
Pubblicato il 28 dicembre 2019, alle ore 20:19

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Coltivare la cannabis in casa non è più reato: c’è la sentenza ma manca la legge

La coltivazione della cannabis tra le mura domestiche non è reato, purché in minime quantità. La Corte Costituzionale con una sentenza del 19 dicembre del 2019 ha creato il presupposto per una svolta in materia di coltivazione della marijuana per uso personale, dando origine a un nuovo ponte tra la giurisprudenza e norme legislative. C’è da dire che non è la prima volta che la giurisprudenza subentra nel coprire la mancanza dell’operato del legislatore. In passato, la Cassazione intervenne sulla incostituzionalità della Fini – Giovanardi, e stavolta è toccato alla cannabis.

Nello specifico, la Cassazione è intervenuta in materia di coltivazione sottolineando che “non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica”. È bene sapere che questa sentenza non modifica il reato visto in sede penale. Ciò significa che è assolutamente vietata la produzione della cannabis anche in piccolissime quantità. In quanto, in tal senso, tocca al Parlamento intervenire con un’adeguata proposta di legge, che modifichi i criteri del reato penale previsto per la coltivazione della cannabis.

Nel complesso, si tratta di una sentenza molto significativa, che può essere vista come una sorta di orientamento, da dove il relatore potrebbe attingere per modificare la norma penale sulla coltivazione degli stupefacenti per uso personale e terapeutico.

La Cassazione apre alla coltivazione di cannabis per uso personale

Chiariamo ancora il concetto che nella sentenza viene messo in discussione il principio della legittimità della coltivazione della cannabis. La Corte di Cassazione non è intervenuta apportando cambiamenti alla norma, ma ha focalizzato l’attenzione sull’origine della coltivazione per uso personale. In teoria, questa sentenza mette in rilievo il bene giuridico della salute pubblica che non viene né compresso, né messo in alcuna condizione di pericolo dal singolo soggetto che coltiva in minime quantità la marijuana per le proprie esigenze.

In sostanza, i giudici si sono espressi a favore del ricorrente che produce cannabis per uso personale. Tuttavia, mancano le motivazioni della sentenza, nelle quali la Cassazione stabilisce il limite della quantità minima coltivabile in casa, che non produce reato penale.

La coltivazione della cannabis è reato

Attualmente la coltivazione della cannabis è reato, indipendentemente dalla quantità delle piantine, e al momento non emerge nessuna eccezione neanche per l’uso personale. Ciò nonostante, la sentenza emessa dalla Cassazione focalizza l’attenzione sulla coltivazione di marijuana per uso personale e terapeutico, mettendo in luce la scarsa quantità nella produzione delle piantine e le tecniche rudimentali usate, che produrrebbero nel complesso un prodotto non idoneo alla commercializzazione.

Di fatto, non crea una sorta di “liberalizzazione” della coltivazione della cannabis, perché spetta al relatore intervenire sulla norma aprendo un varco per la coltivazione per l’uso personale.

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Cosa ne pensa l’autore
Antonella Tortora

Antonella Tortora - La Cassazione ha emesso una sentenza rivoluzionaria, stabilendo che la coltivazione della cannabis per l'utilizzo personale e terapeutico non sia reato. In sintesi, con questa sentenza i giudici hanno ribaltato il principio in materia legislativa. Resta da dire che non è possibile coltivare la cannabis sul davanzale di casa senza subire un procedimento penale.

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