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Bergamo, lo strazio dei pazienti: “Dottoressa, dica a mia moglie che la amo”

Una dottoressa trevigiana racconta lo strazio che ogni giorno il personale medico vive insieme a chi sta male, a chi sta morendo e non può neanche dire addio ai propri cari. Nei reparti di terapia intensiva si muore da soli

Cronaca
Pubblicato il 19 marzo 2020, alle ore 10:19

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L’emergenza Coronavirus sta mettendo in ginocchio il nostro Paese, che con grande dignità e forza d’animo cerca di non arrendersi. Il personale sanitario lavora con turni massacranti ogni giorno ormai da settimane per arginare l’emergenza e cercare di dare aiuto a più persone possibili.

C’è, però, un dramma nel dramma che emerge dai racconti del personale medico che cerca di dare non soltanto aiuto medico ma anche conforto alle tante persone che si trovano in terapia intensiva e che vengono separate di colpo dai familiari, che non possono più vederli.
Il racconto dei sanitari è dilaniante. Quello che vivono ogni giorno è letteralmente straziante, come si evince da quanto riportato dal Corriere della Sera. “Ti guarda, il paziente” racconta la dottoressa L.B., medico all’ospedale di Treviglio. “Il paziente sa cosa sta succedendo, glielo leggi negli occhi”.

Lo strazio, però, va ben oltre la malattia, ben oltre il contagio. La gente muore da sola nei reparti di terapia intensiva. I pazienti ed i familiari vengono privati di quell’ultimo doloroso, ma importante, addio. “Dica a mia moglie che la amo” oppure “Mandi un saluto alla mia nipotina appena nata che non ho potuto vedere” dicono i pazienti in lacrime ai dottori che li hanno in cura, che per loro diventano volti familiari oltre che medici. A loro spetta poi il compito di riferire queste struggenti parole ai familiari, consegnare messaggi o disegni. Le porte del reparto sono e restano chiuse a tutti.

Parole che fanno riflettere e che rendono conto di una situazione devastante che forse non possiamo nemmeno immaginare. Dietro il numero dei deceduti si celano storie terribili, veri e propri drammi nel dramma. “Muoiono soli e vengono portati in camera mortuaria avvolti in un telo con il disinfettante. Noi medici resistiamo, dobbiamo, ma siamo già vicini al crollo psicologico per la fatica, le ansie, e perchè stiamo perdendo amici cari” continua a raccontare la dottoressa.

“Tengo i miei figli a distanza”

Il dramma dei sanitari continua anche a casa. Quella paura del contagio, infatti, non li abbandona neanche quando lasciano alle spalle la porta d’ingresso della corsia nella quale hanno vissuto storie strazianti. Medici e infermieri, una volta a casa, temono di portare con sé quel nemico invisibile contro il quale combattono ogni giorno.

“Vado in bagno, butto tutto da lavare, sto sotto la doccia per 40 minuti, mi sfrego con acqua e sapone. Poi mi infilo la mascherina, e comunque, tengo i miei figli a distanza. Ho tagliato i capelli corti per evitare il più possibile di portarmi a casa qualcosa” racconta la dottoressa.

Momenti difficili, paure e angosce che non abbandonano neanche per un attimo chi vive questo orrore sulla propria pelle.

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