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Torino

Anna Bono, ricercatrice: "ecco chi sono i migranti che giungono in Italia"

Anna Bono, dodici anni di studi e ricerche trascorsi in Kenya, docente di Storia e Istituzioni dell'Africa all'Università degli Studi di Torino, in un'intervista confuta le tesi della Boldrini raccontando, senza ipocrisia, una realtà scomoda.

Cronaca
Pubblicato il 8 agosto 2017, alle ore 13:23

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Anna Bono, ricercatrice: "ecco chi sono i migranti che giungono in Italia"
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Anna Bono ha condotto dodici anni di studi e ricerche in Kenya, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’Università degli Studi di Torino, ha pubblicato recentemente il saggio “Migranti!? Migranti!? Migranti!?“. In un’intervista ha cercato, senza ipocrisie, di delineare il prototipo di migrante che giunge in Italia.

I migranti che giungono nel nostro paese – dice Bono – sono dell’Africa subsahariana, in particolare dall’Africa Occidentale: Nigeria principalmente, a seguire Senegal, Ghana, Camerun e Gambia. Un numero sempre maggiore giunge dal Bangladesh, Afghanistan e Pakistan. Siriani e iracheni, in fuga dagli orrori della guerra, sono una minoranza. “Quasi il 90% sono maschi, hanno perlopiù dai 18 ai 34 anni, con una percentuale importante di minorenni (stando almeno alle dichiarazioni al momento dell’arrivo). E viaggiano da soli. Pochissime sono le famiglie, a differenza di quanto accade per siriani e iracheni” asserisce la ricercatrice. 

Anna Bono conferma le dichiarazioni di altri studiosi dicendo che chi affronta un viaggio clandestino di tale portata ha in Africa un reddito discreto: i costi sono elevati, migliaia di dollari. I giovani partoni convinti che l’Occidente sia sinonimo di ricchezza, basta giungervi per poter ambire alla fortuna: la consapevolezza dei rischi che devono affrontare per giungere in Europa non è sempre chiara.

Per diradare il flusso di partenze – sentenzia la docente –  sarebbe opportuno promuovere campagne informative in loco, atte a mettere in guardia sui pericoli e i costi del viaggio, e su cosa realmente troveranno in Europa, disoccupazione giovanile e poche opportunità. “C’era un senegalese che aveva una mandria di mucche e dei tori. Tutto sommato una buona posizione. Ha venduto tutto per venire in Europa ed è morto in mare. Ma se anche ce l’avesse fatta, uno come lui, un semplice possidente, senza esperienze lavorative e senza conoscere la lingua, quale lavoro avrebbe potuto fare?”.

L’immagine positiva dell’Europa è promossa dai mass media, dalla televisione, una finestra sul mondo fasulla, dalla visione che gli africani hanno degli europei, visti come ricchi turisti che frequentano resort di lusso, eccellenti ristoranti. La Bono sentenzia che l’elargizione gratuita di medicine, cibo, vestiti da parte dell’Occidente ha dato vita ad una visione errata della realtà: l’idea di una prosperità senza limiti. I trafficanti logicamente sono i primi ad ammantare di prospettive, e benessere, il viaggio in Europa.

Solo in Mali, dal 2014, il governo ha attuato una campagna di sensibilizzazione, per far comprendere ai giovani che l’emigrazione non è una soluzione a tutti i problemi: i governi europei dovrebbero collaborare, finanziando spot o iniziative mirate.

Ammette che, comunque, in molti intendono partire, e che nessun monito può bloccare l’evento: lo scorso settembre, una ragazzina di 19 anni, portiere della nazionale femminile di calcio, è partita dal Gambia per finire annegata nel Mediterraneo. Aveva realizzato il sogno di molte ragazzine, ma ha pensato che l’Europa potesse regalarle la ricchezza.

La Bono racconta che, dal Gambia, un famoso wrestler è partito per morire in mare: guadagnava discretamente, schiere di ammiratori al seguito, anche in Senegal. Probabilmente, qualcuno lo aveva convinto che, se in Gambia era famoso, in Europa sarebbe divenuto ricchissimo. Da oltre vent’anni, il Pil continentale cresce a medie altissime, ma la crescita economica non va di pari passo con lo sviluppo, e la corruzione, che permea tutti i livelli sociali, getta al vento risorse ingenti, mentre i governi, per convenienza politica, hanno fatto accrescere eccessivamente il settore pubblico, ed il tribalismo blocca lo sviluppo.

Anna Bono dice che, su 123 mila domande di status di rifugiato, nel 2016 ne sono state accolte 4.940: i richiedenti venivano dalla Somalia, devastata dalla guerra civile, dall’Eritrea, assoggettata ad una dittatura sanguinaria, dal Sudan. Dalle zone maggiormente critiche non arrivano molte persone, dal Sudan del Sud, in guerra dal 2013, arrivano in pochissimi, dalla Repubblica Centrafricana e dalla Repubblica Democratica del Congo non giunge praticamente alcuno.

La ricercatrice ha notato che la maggior parte dei profughi che fuggono dalla guerra non vogliono allontanarsi troppo da casa, sperano di tornare al più presto in patria: chi fugge dalla guerra in Somalia, si reca in Kenya o in Etiopia, chi scappa dalla tragedia della guerra civile chiede una protezione temporanea. Centinaia di migliaia di profughi iracheni e siriani hanno già deciso di tornare nella loro terra.

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Cosa ne pensa l’autore
Chiara Lanzini

Chiara Lanzini - Se la realtà raccontata dalla ricercatrice è affine alla realtà, è desolante pensare che chi veramente è in pericolo di vita, sottoposto a dittature crudeli e sanguinarie, non ha possibilità di essere tratto in salvo dall'orrore: in molti sostengono che si tratti di migranti economici, e che - quindi - perseverare con questo criterio di accoglienza sia assolutamente erroneo.

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Commenti
Fabrizio Ferrara
Fabrizio Ferrara

08 agosto 2017 - 13:23:59

Davvero interessante!

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